A Napoli, dove anche il silenzio ha un suo suono preciso, si mastica un detto che è un capolavoro di diplomazia e stallo: «Giorgio se ne vò jì e ‘o vescovo n’ ‘o vò caccià». Giorgio vorrebbe andarsene, e il vescovo non vede l’ora di mandarlo via. Eppure, restano lì, a guardarsi negli occhi, sospesi tra il desiderio di chiudere e il timore di restare al freddo.
La scena, oggi, ritrae Aurelio De Laurentiis e Antonio Conte. Non c’è ruggine, sia chiaro, né piatti rotti sul pavimento di Castel Volturno. Anzi, c’è stima, forse persino un’amicizia che nel calcio di oggi suona quasi anacronistica. Il Presidente apprezza il tecnico leccese, ne riconosce la tempra da vincente e quel carisma che ha saputo riaccendere i cuori sotto l’ombra del Vesuvio. Ma c’è un “ma”, e ha la forma rigida di un libro contabile.
ADL è l’uomo dei conti in ordine, il custode di una salubrità finanziaria che per il Napoli non è un vezzo, ma la colonna vertebrale. Il club è cresciuto così, mangiando solo quello che poteva cucinare, senza debiti monstre o scommesse al buio. Ora, il vertice azzurro ritiene sia giunta l’ora di una cura dimagrante per il monte ingaggi. Un ridimensionamento che cozza, per natura e per destino, con il DNA di Conte. Antonio è un uomo di conquiste, un generale che per vincere le guerre chiede truppe e mezzi. Sarà disposto a guidare una “corazzata” più leggera? Difficile, quasi utopistico.
Tra qualche giorno, i due si siederanno a tavola. Si diranno tutto, con la schiettezza di chi si rispetta troppo per mentire. Se sarà addio, sarà un addio tra gentiluomini, una separazione amichevole senza il veleno dei tribunali o dei comunicati al vetriolo. Solo dopo quel caffè, scopriremo se il “ciclo Conte” avrà un secondo volume o se il Napoli girerà pagina, cercando un nuovo spartito per una nuova musica.
In fondo, è la solita danza tra la prosa del portafoglio e la poesia del campo. De Laurentiis difende la storia aziendale del club, Conte difende la sua storia di vincente. Resta da capire se, in questo incrocio di destini, ci sia ancora spazio per un compromesso che accontenti sia Giorgio che il Vescovo. O se, alla fine, ognuno prenderà la sua strada, con un sorriso e un po’ di nostalgia.