Il Grande Vuoto Americano: se il troppo stroppia e il calcio muore di noia
Finalmente il silenzio. Un giorno di riposo, una boccata d’aria pura nel mezzo del Mondiale più ipertrofico, obeso e bulimico della storia del pallone. Più squadre, più partite, più business. Risultato? Meno calcio. Ci avevano promesso lo spettacolo del secolo, ci stanno propinando un’agonia transoceanica scandita da fusi orari da lupi e parossismi metereologici: partite programmate alle tre del mattino italico e poi rinvviate per due schizzi d’acqua, manco fossimo all’oratorio e non nel tempio della tecnologia statunitense.
Il campo, finora, è stato un deserto di idee. Al di là dei tanti orrori arbitrali che alimentano sospetti, la qualità tecnica è colata a picco, annegata in un oceano di tatticismi sparagnini e ritmi da moviola. Se togliamo i soliti vecchietti terribili – e sia lodato l’eterno Messi, che a piedi nudi cammina ancora sulle acque dove gli altri affogano – resta il nulla. Un esercito di figuranti spacciati per campioni.
Come se non bastasse lo strazio sul rettangolo verde, ci si è messa di mezzo la tecnologia nostrana. È stato il Mondiale di DAZN, e detto così suona già come una minaccia. Tra blackout dell’applicazione, buffering infiniti e tempi di connessione più lenti di un elefante in salita, seguire una partita è diventato un esercizio di fede buddista. Il tutto condito da un parco commentatori semplicemente improponibile: impreparati, urlanti, privi di ritmo. C’è stato pure l’esordio delle donne in telecronaca. Benvenute, per carità, il progresso non si ferma; ma la parità di genere non dovrebbe prescindere dal merito e dalla competenza. La mediocrità, purtroppo, non ha sesso.
In questo scenario desolante, il rimpianto si fa fiele. Questa Italia, pur povera di talento e priva di grandi solisti, in un baccanale così mediocre avrebbe potuto persino fare bella figura. E invece siamo rimasti a casa. Si è voluto affittare il destino azzurro a Rino Gattuso, un tecnico che nella sua carriera da allenatore continua a collezionare esoneri e insuccessi, ma che per qualche strano allineamento astrale trova sempre una panchina pronta ad accoglierlo. Misteri gloriosi del calcio italiano.
Se un merito questo pessimo Mondiale ce l’ha, è quello di anestetizzare il dolore quotidiano del calciomercato. Penso al Napoli di Aurelio De Laurentiis, impantanato tra le solite incertezze, obiettivi sfumati e una politica al risparmio che ormai è un marchio di fabbrica. I soldi in cassa ci sono, e molti, ma il bilancio virtuoso non sempre fa il paio con la gloria sportiva. Ma consoliamoci: fino a domani, almeno, non rotola nulla.