LA SFIDA CHE HA FATTO LA STORIA
Dopo 40 anni torna Inghilterra-Argentina: mercoledì la semifinale nel ricordo della partita che la Seleccion vinse in Messico con i gol di Maradona e l’orgoglio per le Malvinas
Quarant’anni dopo. Mercoledì, ad Atlanta, torna Inghilterra-Argentina, semifinale del Mondiale. Ed è come se il tempo si fosse fermato a quel giorno, 22 giugno 1986, e a quel luogo, lo stadio Azteca di Città del Messico. Ancora loro, inglesi e argentini. «Cosa diciamo all’Inghilterra? Che è una partita di calcio, niente altro», ha spiegato Scaloni, il ct della Seleccion di origini italiane, dopo aver battuto ai supplementari 3-1 la Svizzera, in dieci da metà del secondo tempo. Aveva 8 anni quel giorno in cui Maradona fece di un quarto di finale una storia diventata leggenda del calcio. Perché in campo non c’era una squadra, c’era un popolo.
Racconta il Pibe nel suo autografo “Yo soy el Diego” che alla vigilia di Inghilterra-Argentina tutti si sforzavano di dichiarare che era solo una partita di calcio, una partita, nient’altro. Bugia. Maradona e i suoi compagni avevano dentro il sacro fuoco perché volevano vendicare – sì, il verbo è questo – i 649 militari argentini morti durante la guerra delle Malvinas-Falkland contro l’esercito di Sua Maestà. Una battaglia durata mesi alla vigilia del Mondiale del 1986. Avevano il sangue agli occhi, quei ragazzi vestiti con le maglie azzurre (e sarà lo stesso anche mercoledì perché nell’abbinamento della semifinale l’Inghilterra è la prima squadra), e tutto avrebbero dato per vincere con la loro forza, il loro talento, la loro astuzia.
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Quando l’Argentina è scesa in campo nella notte già sapeva del risultato dell’Inghilterra, che aveva battuto la Norvegia ai supplementari per 2-1 con doppietta di Bellingham. E l’aspettava là, ad Atlanta. La Seleccion ha sofferto, poi nel finale del secondo supplementare è esplosa la gioia con il gol decisivo a giro di Alvarez. E adesso i vecchi inglesi hanno cominciato ad attaccare. «L’Argentina ha giocato in dodici», con riferimento a favori arbitrali. Si scrive che, eliminati gli Stati Uniti, Trump vorrebbe consegnare domenica prossima la Coppa del Mondo a Messi, la stella dell’Inter Miami. Loro (mercoledì alla prima gara contro gli inglesi) e i suoi compagni sorridono, lasciando scivolare le allusioni e le offese. E pensano al loro popolo. L’Argentina non è reduce da una guerra ma vive una situazione economica di profonda sofferenza. E, qual è il calcio, la Federazione è sotto inchiesta per evasione fiscale. Di Maria e compagni sanno, dopo il trionfo di quarant’anni fa, che la vittoria di un Mondiale non avrebbe risolto i problemi del Paese ma almeno avrebbe portato a casa della gente un sorriso. Come quello di Maradona dopo i due gol agli inglesi.
Minuto 51, il tocco con la mano sinistra per superare Shilton, incredulo e furioso anche a distanza di quarant’anni. Minuto 55, il dribbling a cinque avversari più il portiere, sessanta metri percorsi in 11 secondi e il pallone depositato in rete. Quel gol di cui si è arricchito l’ex centrocampista inglese Hodge, a cui il capitano l’aveva donata. Il pallone, custodito dall’arbitro Bennaceur, sarà battuto a una prossima asta a partire da 2,5 milioni di sterline. Quella Argentina era Maradona più 10, come diceva El Bilardo. Questa è Messi più tanti giocatori di qualità distribuiti in Europa, come Alvarez, che gioca nell’Atletico Madrid allenato dal Cholo Simeone, uno dei compagni più amati da Diego. Quei ragazzi dopo aver battuto la Svizzera sono corsi davanti al settore occupato dai loro tifosi e hanno iniziato a urlare «Chi non salta è inglese». E dagli spalti è partito il coro «Per la maglia, per le Malvinas, per Diego, per l’ultima di Leo». La partita cominciata 40 anni fa non è mai finita.
IL CT SCALONI FRENA: «È SOLO UN MATCH NON C’È ALTRO» MA I TIFOSI CARICANO: «PER DIEGO, MESSI E LE MALVINAS»
Mentre l’attesa cresce e la tensione sportiva sale alle stelle, l’eredità storica di quel leggendario incrocio continua a pesare sul presente. Atlanta si prepara a diventare il teatro di una sfida che trascende i novanta minuti di gioco, riannodando i fili di una narrazione calcistica, sociale e politica che appassiona e divide il mondo intero da quasi mezzo secolo.