Un ventennio non è soltanto un segmento di calendario; nel calcio è un’era geologica. E chiunque conservi l’onestà intellettuale di guardare i fatti senza il filtro dell’astio preconcetto non può che ammetterlo: questi ventidue anni di gestione targata Aurelio De Laurentiis, pur segnati da qualche inevitabile momento d’ombra, rappresentano un percorso di valore indiscutibile. La traversata dal baratro del fallimento fino ai due tricolori scolpiti sul petto appartiene alla storia, impressa a caratteri nitidi negli annali del pallone partenopeo.
Il punto, semmai, non è il passato. Nel football il passato è una medaglia lucidata che non garantisce il risultato della domenica successiva. Le perplessità che oggi serpeggiano tra la gente non nascono dal rancore per ciò che è stato, ma da una sottile e persistente inquietudine per ciò che è — e soprattutto per ciò che sarà.
De Laurentiis si trova oggi a un bivio identitario. Ha i numeri, le cifre e i trofei per ambire alla palma di miglior presidente della storia azzurra, arrivando persino a scavalcare l’ingombrante e romantica figura di Corrado Ferlaino. Ma la grandezza di un dirigente non si misura soltanto nella capacità di edificare; si misura, soprattutto, nella consapevolezza di capire quando la struttura necessita di altre mani per non crollare su se stessa.
Per compiere questo definitivo salto di qualità, la presidenza necessita di un atto di umiltà rara: la capacità di farsi da parte prima che l’usura del potere trasformi un capolavoro in un cantiere incompiuto, o peggio, che la situazione diventi irreparabile. Congedarsi al momento opportuno, affidando il futuro a nuove energie, significa uscire di scena da vincitore assoluto, consegnando alla storia un ricordo indelebile e protetto dal tempo.
Qualora, al contrario, dovesse prevalere la tentazione della trincea ad oltranza — la sensazione, finanche dolorosa per chi ama questi colori, di una piazza tenuta quasi in ostaggio da un ego smisurato —, la risposta della tifoseria non potrà che essere conseguente. Quella stessa tifoseria intellettualmente onesta che oggi riconosce i meriti di ieri saprà, con la medesima compostezza e fermezza, tracciare la linea del proprio dissenso. Perché il Napoli resta di chi lo ama, e persino i presidenti più vincenti sono, in fondo, soltanto custodi pro tempore di una passione eterna.
La palla passa ora ad Aurelio: decidere se essere ricordato come il liberatore che ha portato la nave in porto o come il capitano che ha preteso di restare al timone anche di fronte alla tempesta perfetta. La vera statura di un dirigente, così come quella di un uomo di stato, si misura al momento dei saluti.