Kevin De Bruyne e il Napoli: quando la critica cede il passo al genio assoluto

di Vincenzo Letizia

Ci sono amori che faticano a sbocciare nei vicoli stretti del pregiudizio, e poi ci sono i fuoriclasse che, con la sola forza di un interno piede, spazzano via la polvere del dubbio. Solo a Napoli, del resto, si poteva trovare il coraggio – o forse la temeraria leggerezza – di mettere in discussione un’autentica leggenda vivente del football mondiale come Kevin De Bruyne. Ma la verità, implacabile come un verdetto del campo, ha bussato alla porta anche dei più inguaribili scettici.

Contro il Frosinone, il professore belga ha tenuto l’ennesima lectio magistralis: una doppietta che unisce la geometria e la grazia, impreziosita da un rigore perfetto e da un tocco chirurgico da biliardo sotto misura. Non è soltanto questione di gol, tuttavia. È la visione di gioco celestiale, la verticalizzazione millimetrica che nasce dove gli altri vedono solo densità e traffico. De Bruyne parte da lontano, illumina la manovra ma non disdegna l’arte oscura della trincheria: fa filtro, recupera palloni, cuce e scuce con la sapienza di un sartoriale centrocampista di lotta e di governo.

Finalmente, da un mesetto a questa parte, i pochi blasfemi che avevano osato storcere il naso di fronte a tale maestria si sono dovuti arrendere all’evidenza. Il campione di Drongen, ora che la condizione fisica ha raggiunto i giusti standard, rappresenta quel valore aggiunto capace di spostare gli equilibri di un’intera stagione. Pochi palcoscenici in Italia possono vantare la leggiadria tecnica e la profondità mentale di un simile interprete. E chi ancora mastica amaro, farebbe bene a mettersi comodo: lo spettacolo, quando parla il pallone, zittisce tutti.

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