di Vincenzo Letizia
C’era una volta il giardino del re. C’era un tempo in cui il nostro campionato era il centro del mondo, la stella polare verso cui si orientavano i desideri dei campioni veri, non dei figuranti. Oggi restano i ricordi, qualche lucida medaglia al valore e una contabilità da bottegai che scambia il bilancio per una coppa con le orecchie.
Eravamo già finiti nel cono d’ombra della Premier League, con le sue miniere d’oro, delle geometrie spagnole e del rigore tedesco. Ma il fondo del barile, a quanto pare, ha ancora un doppio fondo: ci ha sfilato accanto la Ligue 1 e ormai persino le spedizioni contro i club belgi — come s’è visto puntualmente con l’Inter — o contro le milizie olandesi, portoghesi e turche si trasformano in dolorosi pellegrinaggi. Non è soltanto la Nazionale a sporgersi sul precipizio; è l’intero movimento dei club ad allineare figuracce a gettone.
Al centro di questa parabola discendente siede la filosofia delle proprietà padrone e “papponiane”, intente a considerare il calcio non come un’opera d’arte collettiva, ma come una catena di montaggio orientata alla plusvalenza estera. Si vende per incassare, non per rinforzare; si monetizza l’ingegno per poi riempire la rosa con scommesse a basso costo.
In questo affresco d’autore non fa eccezione il Napoli. Quando Aurelio De Laurentiis rilevò il club dalle ceneri del fallimento, ammise candidamente di non capire nulla di pallone. A giudicare dal verbale delle sue ultime uscite, la materia gli resta tuttora misteriosa. Proclama l’assalto alla Champions League, ma pretese e investimenti viaggiano su binari opposti. Si vorrebbe conquistare l’Europa azzerando il mercato e sistemando in vetrina profili imberbi o di secondo piano, mentre la porta principale vede sfilare, una generazione dopo l’altra, i pezzi pregiati della casa: ieri Higuain e Cavani, oggi Kvaratskhelia e Osimhen. Si vincono così gli scudetti dei bilanci, trofei trasparenti da spolverare in sede, ma sul campo internazionale non si va da nessuna parte.
La notte europea ne ha offerto la fotografia impietosa. È riemersa la versione peggiore del Napoli, specie nella ripresa: una squadra brutta, arrendevole, molle nell’anima e prosciugata nelle gambe. Se la resa contro l’Arsenal può figurare nella fisiologia delle cose, l’inconsistenza contro il Villarreal lascia scorie pesanti. Perché senza un pareggio strappato con i denti in serate simili, il pallottoliere della qualificazione rischia di presentare un conto salatissimo.
L’Europa non aspetta chi fa conti della serva. Pretende visione, coraggio e campioni veri. Senza questi ingredienti, la commedia resta italiana, ma la festa è sempre degli altri.
La metamorfosi da eldorado del pallone a provincia dell’impero non è figlia della sfortuna, ma di un’estetica del risparmio che scambia l’avarizia per competenza. Finché il pallone verrà pesato solo sulla bilancia dei ricavi e non su quella del talento, le nostre notti di coppa continueranno a restituirci lo stesso triste spettacolo: grandi proclami a mezzo stampa e piccole macerie sul campo.