L’EDITORIALE – Il Napoli affonda al Penzo, ma Allegri racconta favole: qui nessuno ha l’anello al naso

di Vincenzo Letizia

Servirebbe l’ironia amara dei grandi maestri della carta stampata per raccontare, senza scivolare nel grottesco, il sabato di passione di un Napoli tramortito al “Pier Luigi Penzo”. Perché perdere contro il Venezia — compagine presentatasi all’appuntamento desolatamente ferma a quota zero punti, reduce da sole sberle e bocconi amari — è già di per sé un’impronta indelebile, un’onta sportiva difficile da lavare via. Ma il vero capolavoro di retorica paradossale è andato in scena nel post-partita, quando Massimiliano Allegri e alcuni suoi calciatori, tra cui Alex Meret, si sono ripresentati ai taccuini parlando con spavalda disinvoltura di «buona prestazione».

Sia chiaro: parliamo pur sempre di un giuoco, di pallone che rotola, e nessuno intende allestire patiboli in piazza o drammatizzare oltre misura un capitombolo su un campo da calcio. Ciò che risulta del tutto inaccettabile, semmai, è il registro narrativo scelto. Dire di aver giocato bene dopo essere caduti al cospetto di chi aveva perso con chiunque sa di sfrontata presa in giro verso una tifoseria che merita rispetto. Dov’è finito l’orgoglio? E soprattutto: Allegri ricorda di sedere sulla panchina di un club che negli ultimi quattro anni ha cucito sul petto ben due scudetti?

Non si tratta di accampare pretese da aristocratici del pallone, ma di fotografare la realtà senza orpelli. Quando il tecnico livornese derubrica il tonfo veneziano a mero episodio e rilancia promettendo riscatto imminente nella notte di Champions League, sia concesso mantenere più di una riserva. La matematica della logica parlerebbe chiaro: se in campionato si stenta, si balbetta e si mostra un’identità così opaca, con quale alchimia si pensa di domare palcoscenici europei abitati da corazzate ben più rodate e fameliche?

Staremo a vedere, come di consueto. Ad Allegri non si chiede l’impossibile né la garanzia divina della vittoria, che dipende da infinite variabili. Gli si chiede semplicemente di evitare di raccontarci le favolette della buonanotte e di restituire alla squadra un gioco degno della sua storia recente. Perché a Napoli, caro Mister, nessuno ha l’anello al naso.


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