OBIETTIVO NAPOLI – Il giorno del “corto muso” spezzato: quando il contropelo al pallone non basta più

di Vincenzo Letizia

In altri tempi, quando il cuoio profumava ancora di grasso e spogliatoio, per un primo tempo così si sarebbe usata un’espressione antica e maligna: stanno giocando contro. Abulica, sonnolenta, piantata sulle gambe, la squadra di Massimiliano Allegri ha passeggiato sul prato del “Penzo” per quarantacinque minuti abbondanti con la grazia pesante di chi compie un dovere burocratico. Un tiro stropicciato di Rrahmani da azione d’angolo, e nulla più. Un encefalogramma piatto scambiato per tattica.
Poi, nella ripresa, il risveglio. Tumultuoso, disordinato, quasi viscerale. Le occasioni sono arrivate a grappoli, fino all’episodio principe: il dischetto, la solitudine del granatiere Kevin De Bruyne e quell’errore dagli undici metri che ha il sapore amaro dell’ironia. Ma il punto non è il rigore sbagliato. Il punto è l’avversario.
Di fronte c’era il Venezia. Una compagine che prima che arrivasse il Babbo Natale partenopeo le aveva perse tutte, fermata a quota zero e con l’anima in pena. Contro una cenerentola del genere, il Napoli non aveva solo l’obbligo di prendersi i tre punti: doveva convincere, mostrare la muscolatura, restituire un senso alla propria giornata. Invece si è assistito al solito cabaret tattico. Allegri ha rispolverato un turnover cervellotico, finendo per sfibrare e ingolfare una squadra che per rincorrere il tempo perduto ha dovuto consumare le ultime riserve d’energia. Risultato? L’ennesima ricaduta, l’ennesima tegola: Allison Santos, appena al rientro, di nuovo fermo ai box.
E qui la riflessione si fa spessa e merita garbo, ma anche fermezza. Da un paio d’anni a questa parte, in casa azzurra la lista degli infermi somiglia a un bollettino di guerra. Infortuni muscolari a catena, ricadute sospette, muscoli che cedono al primo affondo. Non sta a noi vestire i panni dei medici o dei preparatori atletici: non abbiamo lauree in medicina dello sport appese al muro. Ma l’evidenza empirica esiste, e suggerisce che non possa trattarsi di pura, pervicace sfortuna. Sarebbe ora che la società indagasse a fondo dentro i propri laboratori, senza sconti e senza diplomazie.
La fotografia attuale, intanto, racconta di una squadra senza gioco, senza il sacro fuoco e con troppi interpreti che sembrano guardare altrove. Quando il motore tossisce così a lungo, la storia del pallone insegna che servirebbe la classica “scossa”. Ma la realtà interviene a spegnere i facili entusiasmi: Allegri non si dimetterà mai — nessuno fa beneficenza rinunciando a contratti d’oro — e Aurelio De Laurentiis si guarderà bene dal pagare due tecnici contemporaneamente.
Il destino di questa stagione, tuttavia, appare maledettamente segnato. O forse, a voler essere onesti fino in fondo, lo era già da quest’estate, quando una campagna acquisti all’insegna del risparmio e dell’indebolimento scientifico aveva già tracciato la strada. Resta il campo, sovrano inappellabile, a ricordarci che il calcio perdona gli errori di forma, ma mai le presunzioni di sostanza.

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