Sia chiara una premessa, ad evitare equivoci o solenni sdegni: stiamo parlando di calcio. Niente drammi, nessuna tragedia greca, nessun paragone azzardato con i massimi sistemi del mondo. La vita scorre altrove. Ciò non toglie, tuttavia, che l’onestà intellettuale imponga un freno al carosello di certe narrazioni. Ci si scopre stanchi, sinceramente stanchi, di ascoltare un certo giornalismo accomodante — dispensato a piene mani, sappiamo bene per quale invisibile o visibile tornaconto — intento ad arrampicarsi sugli specchi pur di edulcorare la realtà. Commenti che non si possono sentire: «In fondo il Napoli nel secondo tempo ha disputato una buona partita», oppure il classico, logoro ritornello: «Bisogna stare vicino alla squadra». Balle. O, se preferite, edulcorate menzogne di comodo.
La realtà del campo è assai più cruda e scarna: questi calciatori camminano. Non corrono, passeggiano. E contro un Venezia confinato all’ultimo posto in classifica a zero punti, ci mancava pure che non si creasse qualche occasione da rete. L’impressione generale è quasi mortificante: troppi, troppi interpreti danno l’idea di scendere sul terreno di gioco come se facessero un favore a chi li osserva. Di fronte a questo spettacolo, la domanda sorge spontanea ai colleghi della penna e del microfono: ma dopo un calciomercato definibile senza troppi eufemismi vergognoso, ci si aspettava davvero qualcosa di diverso? Se la risposta è sì, le opzioni rimaste sul tavolo sono soltanto due: o si ignora la materia di cui si scrive, oppure si è apertamente in malafede.
Le responsabilità primarie, com’è naturale che sia, albergano nei palazzi della società. Sul banco degli imputati siede innanzitutto il Presidente, affiancato da un Giovanni Manna ormai indiscutibilmente indifendibile. Basterebbe l’operazione che ha portato all’ombra del Vesuvio profili come Lucca e Giovane, pagati a peso d’oro per un rendimento finora impalpabile, per giustificare un servito di congedo immediato. Scelte di programmazione che lasciano perplessi anche i più stoici.
Poi c’è il capitolo tecnico. Massimiliano Allegri è questo, e la sua storia parlava chiaro già prima che firmasse: il bel gioco non è mai stato nel suo prontuario, sostituito da quel pragmatismo aziendalista che spesso piace alle dirigenze. Ma proprio questa sua natura di “uomo societario” rischia di ritorcersi contro di lui come un bomerang. Aver avallato un mercato privo di logica lo costringe oggi a fare i conti con una panchina dalle alternative evidentemente inadeguate, inadatte ad affrontare il peso di una tripla competizione tra Campionato, Champions League e Coppa Italia. Senza contare le voci, sempre più insistenti e confermate dagli atteggiamenti sul terreno di gioco, di uno spogliatoio spaccato e di un feeling mai sbocciato tra il tecnico e diversi senatori.
E dunque, cosa fare adesso? La prassi calcistica imporrebbe la classica “scossa”, quel cambio in panchina che spesso funge da alibi per tutti. Ma conosciamo la proprietà: Aurelio De Laurentiis non pagherà mai due ingaggi di primo piano contemporaneamente per tenersi un allenatore a libro paga. Senza contare che, forse, un avvicendamento tecnico non risolverebbe la radice del problema, poiché la lista dei calciatori arrivati a fine ciclo o semplicemente demotivati è lunga e circostanziata.
L’unica strada percorribile risiede nel mercato di riparazione. Si inizi già da ora a programmare un ricambio, anche solo parziale, per la sessione di gennaio. Chi ha rifiutato il rinnovo, chi ha smesso di sudare la maglia e chi sta offendendo la passione e la dignità del popolo partenopeo venga accompagnato alla porta senza troppi complimenti. Il Presidente, questa volta, metta da parte la calcolatrice, tiri fuori le risorse necessarie e irrori la rosa di forze fresche, salutando senza rimpianti chi ha smesso di dare l’anima per questa piazza.