L’EDITORIALE – Napoli senza anima e senza gioco: Allegri e De Laurentiis nel mirino dopo il ko con la Juventus

di Vincenzo Letizia

Ennesima sconfitta, ennesima prestazione da archiviare senza rimpianti. Nella tana di una Juventus che, a voler essere generosi, non pareva esattamente una corazzata, il Napoli è riuscito nell’impresa di rianimare un malato che faticava persino a riconoscersi allo specchio. Ma il problema, ormai, non è soltanto la classifica. È l’anima. È quella scintilla che dovrebbe accendere una squadra ferita e che, invece, sembra essersi smarrita tra le pieghe di una stagione sempre più malinconica.

Le sconfitte, a Napoli, rischiano ormai di diventare una pratica amministrativa: si protocollano, si commentano, si archiviano. Senza indignazione, senza sussulti, senza quella rabbia che dovrebbe accompagnare chi indossa una maglia tanto pesante. E allora viene da chiedersi se Massimiliano Allegri ritenga davvero di allenare una formazione di seconda fascia, visto che certe esibizioni vuote e abuliche non sembrano provocare né in lui né nel vice Landucci reazioni particolarmente significative. Il silenzio, in certi casi, finisce per fare più rumore di una protesta.

Non consola, peraltro, l’atteggiamento di Aurelio De Laurentiis, autentico regista di una stagione che ricorda, per certi versi, le malinconiche atmosfere dell’era Garcia. Il mercato, tra scelte discutibili e occasioni mancate, ha consegnato ad Allegri un organico che sembra aver esaurito il proprio ciclo: stanco, logoro, con poche energie e ancora meno certezze. E mentre il bilancio continua a recitare la parte del convitato di pietra, il campo presenta il conto. Salato, come spesso accade quando si confonde il risparmio con la programmazione.

Come cantava Cocciante, era già tutto previsto. O almeno, tutto lasciava presagire una stagione complicata. Lo avevamo scritto, lo avevamo detto. Ma forse qualcuno confidava ancora nelle danze della pioggia, in un allineamento astrale favorevole o in quella provvidenza calcistica che ogni tanto trasforma un mercato sbagliato in una squadra vincente. Il pallone, purtroppo, non conosce miracoli a comando.

Neppure Giovanni Manna può sottrarsi al processo. Dove ha potuto mettere mano, le scelte non sempre hanno convinto e diversi innesti si sono rivelati lontani dal livello richiesto. Se qualcosa ha evitato al Napoli di sprofondare definitivamente, lo si deve anche alla buona stella di McTominay, uno di quei giocatori capaci di mettere ordine nel disordine e di ricordare, con la propria presenza, che il talento non è una voce accessoria del bilancio.

E adesso? La domanda non è più soltanto come salvare una stagione, ma chi possa ancora darle un senso. Le lacune dell’organico esistono, sono evidenti e non possono essere cancellate con un colpo di bacchetta magica. Ma un allenatore dovrebbe almeno trasmettere idee, carattere, una direzione. Al momento, il Napoli offre un gioco povero, un’inerzia preoccupante e una svogliatezza che finisce per diventare contagiosa. Non è una questione di moduli: è una questione di identità.

La Champions League, che fino a qualche tempo fa sembrava un obiettivo naturale, rischia adesso di trasformarsi in un miraggio. E quando una squadra di questo livello comincia a guardarsi alle spalle anziché davanti, il problema non può essere liquidato con una conferenza stampa o con l’ennesima giustificazione contabile.

Forse è arrivato il momento di una riflessione più profonda. De Laurentiis ha costruito, con intuizioni e meriti indiscutibili, una parte importante della storia recente del Napoli. Ma il passato non può diventare un alibi permanente per il presente. Se mancano visione, ambizione e capacità di rilanciare un progetto, allora anche chi ha guidato la nave fino a oggi dovrebbe interrogarsi sulla rotta.

Perché il Napoli non ha bisogno di altre spiegazioni. Ha bisogno di tornare a essere una squadra. E, soprattutto, di ritrovare qualcuno capace di ricordarle perché vale la pena esserlo.

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