Squadra spenta e senza idee: il calo fisico nasconde anche un problema di motivazioni
di Vincenzo Letizia
È un Napoli irriconoscibile quello reduce da due pareggi ad occhiali consecutivi al Maradona nel giro di tre giorni, che sta calcando i campi d’Europa e d’Italia: abulico, lento, molliccio, come se avesse smarrito ogni scintilla della sua identità. Una squadra che fino a pochi mesi fa incantava con ritmo, pressing e coralità, oggi si trascina svogliata, impotente offensivamente, senza una direzione precisa e, soprattutto, senza idee.
Il turnover ridotto all’osso — complice una serie di infortuni che hanno limitato le rotazioni — ha finito per logorare gambe e menti. I “soliti noti”, in particolare Politano e McTominay, appaiono svuotati, stanchi, quasi prigionieri di un copione ormai consunto. Quella brillantezza di squadra che era stata l’arma letale dello scorso anno sembra oggi solo un ricordo sbiadito.
Ma la questione non è soltanto atletica. In un Napoli così spento si avverte una malinconia collettiva, un calo di entusiasmo che non si spiega soltanto con la fatica. Quando le gambe non girano, spesso è la testa a non credere più fino in fondo in ciò che fa. E questo Napoli, più che stanco, sembra apatico.
Il gioco non fluisce, le distanze tra i reparti si allungano, i sincronismi che una volta erano musica oggi suonano come note dissonanti. Il palleggio è sterile, il pressing tardivo, la transizione lenta.
L’immagine del Napoli è quella di una squadra che ha perso il piacere di giocare. O almeno questa è la sensazione. E in un gruppo che vive di entusiasmo, di adrenalina, di spinta collettiva, questo è un segnale preoccupante.
Con questo pareggio, il cammino in Champions si complica e l’orizzonte si fa più grigio. Ma non è una questione di qualificazione: è una questione di identità. Il Napoli deve ritrovare se stesso e poi l’ispirazione in zona gol, prima ancora dei punti.
Perché una squadra senza idee e senza entusiasmo è un corpo che cammina, ma non vive.