Il Mondiale extralarge a 48 squadre: se la quantità uccide la qualità del calcio

di Vincenzo Letizia

Il calcio di una volta non era necessariamente migliore, ma era senza dubbio più serio. C’era un tempo in cui il Mondiale era un club d’élite, un’aristocrazia del pallone dove l’accesso si guadagnava col sangue e col sudore. Oggi, nell’era dell’ipertrofia da palinsesto e del fatturato a tutti i costi, la FIFA ha deciso di trasformare il banchetto degli dei in una gigantesca, ingolfata sagra di paese.
Quarantotto squadre. Un numero che evoca più un’assemblea condominiale che un torneo di massimo livello. E la formula? Un capolavoro di equilibrismo burocratico: dodici gironi da quattro, dove passano le prime due e persino le otto migliori terze. In pratica, per essere eliminati nella prima fase bisognerà impegnarsi strenuamente, o essere colpiti da una sfortuna cosmica. È la fiera del politicamente corretto applicata al tabellone: non si nega un passino a nessuno.
Il risultato è sotto gli occhi di qualunque esteta che non abbia foderato le fette di prosciutto del tifo commerciale: partite noiose, ritmi da amichevole agostana e un’inevitabile melina strategica. Quando qualificarsi è così facile, ogni sfida perde quel brivido drammatico che teneva incollati alla sedia. La memoria corre inevitabilmente a Spagna 1982. Lì, ogni partita pesava come un macigno. Non c’erano sconti, non c’erano paracadute per i colossi distratti; ogni novanta minuti erano un dentro o fuori, un frammento di storia patria che si scriveva sul campo, non nei calcoli aritmetici delle terze classificate. Lì c’era il pathos; oggi c’è il calcolatore.

A questa bulimia di match si aggiunge poi un paradosso tutto moderno, una cicatrice che grida vendetta al buon senso: il fatto che la squadra campione d’Europa in carica non abbia il diritto sacrosanto di partecipare al Mondiale successivo. È uno scandalo silenzioso, vidimato dai colletti bianchi di Zurigo e Nyon. Vincere il torneo continentale più duro del pianeta non garantisce più un posto al sole mondiale, costringendo i campioni a umilianti purgatori di qualificazione, mentre il nuovo formato spalanca le porte a compagini che, con tutto il rispetto geopolitico, meriterebbero al massimo una tournée di beneficenza.

Troppe partite, troppa fuffa, pochissima carne al fuoco nei gironi iniziali. Il pubblico, che non è fesso ma è ormai saturato da un’overdose di pallone h24, si distacca. La passione non si misura in share cumulativo, ma in battiti cardiaci. E questo calcio extralarge, purtroppo, ne fa battere sempre meno.
Ci hanno venduto la democratizzazione del calcio, ma ci stanno solo consegnando un prodotto annacquato. Quando tutto diventa speciale, niente lo è più davvero. Resta l’amarezza di un gioco che ha barattato la propria anima e la propria severità sull’altare dell’audience, dimenticando che il fascino di un traguardo sta proprio nella ferocia della selezione.

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