La fine dell’identità: se la Nazionale diventa un club
Ci risiamo. C’è stato un tempo in cui la Nazionale era lo specchio fedele di un movimento, il riassunto geometrico e sentimentale di una scuola calcistica. Oggi, quel confine etico e geografico si è liquefatto, ridotto a un fastidioso dettaglio burocratico. Da un lato assistiamo alla caccia grossa all’albero genealogico, con oriundi scovati in quarta generazione grazie a un trisavolo che un giorno passò per caso da Genova o Napoli; dall’altro, accettiamo con preoccupante naturalezza l’idea di commissari tecnici con un passaporto radicalmente diverso da quello della federazione che li stipendia.
Vedere, o anche solo ipotizzare, un Carlo Ancelotti sulla panchina del Brasile non è un trionfo della globalizzazione: è la resa definitiva dell’essenza stessa delle Nazionali.
La scorciatoia del passaporto
Intendiamoci, il calcio è sempre stato un porto di mare. Ma c’era una dignità, un limite dettato dal buon senso. Comprare il talento a colpi di cittadinanze dell’ultimo minuto per tappare i buchi di vivai desertificati è una scorciatoia che svilisce la maglia. La Nazionale non dovrebbe essere un mercato in cui si rimedia agli errori di programmazione, bensì il culmine di un percorso. Se trasformiamo la selezione in un club qualsiasi, dove il passaporto diventa un dettaglio flessibile e negoziabile, allora crolla l’impalcatura stessa del tifo internazionale, quell’orgoglio ancestrale che unisce un popolo dietro a undici connazionali.
“Se la Nazionale smette di rappresentare la cultura calcistica di un Paese, diventa solo un club che gioca meno partite degli altri.”
Panchine senza radici
Il paradosso supremo si compie però in panchina. Che il Brasile – la patria del futebol, la culla della fantasia al potere – debba o possa affidarsi a un tecnico italiano, per quanto immenso e vincente come Ancelotti, è un controsenso logico prima ancora che sportivo. Se nemmeno i cinque volte campioni del mondo riescono a esprimere un commissario tecnico figlio della propria terra, significa che il sistema è malato di standardizzazione.
Il ct di una Nazionale non è un semplice gestore di risorse umane o un tattico d’élite; dovrebbe essere il custode di una filosofia, l’anello di congiunzione tra la storia e il futuro di un popolo calcistico. Allenare una Nazionale straniera riduce tutto a un mero esercizio professionale, un “lavoro” come un altro, svuotando la competizione di quella mistica che la rendeva unica.
Verso un calcio fotocopia
Stiamo scivolando, senza troppi rimpianti, verso un calcio fotocopia. Un calcio dove le Nazionali scimmiottano i club, replicandone i vizi, le logiche di mercato e l’intercambiabilità dei protagonisti, senza averne però la quotidianità. Di questo passo, l’inno nazionale diventerà un jingle pubblicitario e la maglia un semplice pezzo di merchandising, privo di memoria. Se tutto è globale, niente è più speciale. E il football, quello vero, rischia di morire di noia e di cinismo.