De Laurentiis e il paradosso Napoli: scudetti, maglie “pezzotte” e l’etica del Centenario

Rivedere certi filmati in rete inocula un dubbio amaro: fino a che punto il successo aziendale può giustificare l’insensibilità verso la propria comunità di riferimento?
Siamo nel pieno delle celebrazioni del nostro Centenario, un anno storico che la città sta già vivendo e festeggiando con orgoglio, passione e quella sana appartenenza che travalica i singoli uomini. Eppure, proprio nell’anno della memoria e della gloria, il rettangolo verde restituisce una sensazione stridente: nonostante Antonio Conte abbia riportato il Napoli nell’Europa che conta compiendo un piccolo miracolo organizzativo, il mercato estivo esibisce i tratti d’una dieta fin troppo ipocalorica. Tra talenti ceduti o svalutati — da Gutierrez a Elmas — e una rosa che necessiterebbe di ben altri innesti per reggere l’urto della Champions, il paradosso è servito. Menomale che c’è la vetrina europea garantita dal campo, altrimenti ai tifosi toccherebbe davvero organizzare una colletta per regalarsi un acquisto degno di questo secolo di storia.
Come se non bastasse il mercanteggiare sulla pelle della rosa, ci si mettono le amichevoli estive a pagamento su DAZN, ulteriore obolo preteso da una tv che già prosciuga le tasche degli appassionati. Ma l’apice d’uno stile imbarazzante si è raggiunto nella recente scenetta con la giovane tifosa “colpevole” di aver chiesto un autografo esibendo una maglia non originale.
Qui il piano travalica lo sport e diventa squisitamente sociologico. C’è una miopia di fondo, tipica di un certo capitalismo elitario e milionario, che impedisce di comprendere la realtà quotidiana delle persone comuni. In un’epoca in cui una divisa ufficiale rasenta o supera ampiamente i cento euro — una cifra spropositata per molte famiglie —, la maglia “pezzotta” non è un atto di pirateria o un affronto al marchio: è la democratizzazione d’un sogno. È l’unico strumento a disposizione di chi non ha risorse economiche elevate per riscattare il proprio diritto all’identità e all’appartenenza. Sgridare una ragazza con la consueta spocchia significa non aver capito nulla di cosa sia il calcio popolare; significa scambiare un simbolo d’amore per un’infrazione di bilancio.
Ci piaceva di più quando parlava poco, quando l’insediamento di Conte lo aveva opportunamente “ammorbidito” e silenziato. Ora che ha ripreso a esternare, De Laurentiis sfoga tutta la sua strabordante personalità. E riesce persino a far sorridere — superando le vette comiche della commedia dell’arte — quando, con una rosa incompleta e depauperata tra cessioni e infortuni, banchetta a parole parlando di voler vincere la Champions League. Il tutto condito dalle solite, cicliche utopie su stadi di proprietà e centri sportivi avveniristici, buone per riempire i titoli dei giornali ma destinate a rimanere cattedrali nel deserto verbale.
Sia chiaro: dal punto di vista meramente sportivo ed economico, Aurelio De Laurentiis ha vinto e nessuno potrà mai togliergli i meriti di una gestione oculata e vincente. Tuttavia, certi tratti spigolosi del suo carattere, la strisciante mancanza di rispetto verso il prossimo e verso la sensibilità femminile, unita alla tendenza a circondarsi di collaboratori non sempre simpatici né irresistibilmente capaci, ne delineano un ritratto netto: un presidente indubbiamente vincente, ma umano e stilisticamente insopportabile.

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Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
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