La nuova era dello sport azzurro: carisma, diplomazia e il grande ingranaggio della Nazionale
Atlanta, 22 luglio 1996. Nel secondo turno del torneo olimpico di fioretto, un urlo lacerante scuote la Sala F del Georgia World Congress Center. Diana Bianchedi stramazza al suolo dopo una torsione innaturale del piede: rottura del tendine d’Achille. Un infortunio che spezzerebbe le gambe e i sogni di chiunque. Non i suoi. «Alzatemi», ordina allo staff medico azzurro, stringe i denti, vince l’assalto 15 a 8 e solo dopo cede al dolore. Quello spirito indomabile — affinato poi fino all’oro olimpico a squadre di Sydney 2000 e a una carriera dirigenziale di primissimo piano — è esattamente ciò che oggi la porta a ricoprire un ruolo chiave: Capodelegazione della Nazionale di calcio italiana.
Sull’altro fronte del campo c’è la governance, guidata da Giovanni Malagò, neoeletto presidente della FIGC, impegnato a tracciare una vera e propria «rivoluzione culturale» per il movimento calcistico e sportivo del Paese.
In un percorso articolato che intreccia il racconto sportivo di vertice con le grandi manovre istituzionali, emergono le voci dei protagonisti di questa nuova stagione: un dialogo a tutto campo tra visione strategica, dinamiche di spogliatoio e prospettive future.
L’INTERVISTA A GIOVANNI MALAGÒ
La nomina di Diana Bianchedi come Capodelegazione è arrivata a sorpresa. Come nasce questa scelta?
«Una scelta che risponde a un’esigenza o, meglio, a una richiesta degli appassionati, della gente, degli italiani: il calcio non deve essere più percepito come una realtà a parte. Diana gode di prestigio e credibilità internazionale: bicampionessa olimpica, una laurea in medicina, master sportivi e manageriali, un ruolo apicale in Milano Cortina 2026 e la vicepresidenza vicaria del Coni…»
Una “rivoluzione culturale”, per usare le sue parole.
«Direi. Essere vicepresidente vicaria del Coni e, allo stesso tempo, il volto istituzionale dell’Italia del pallone che viaggia è come rimettere il calcio al centro di un dialogo con lo sport a 360 gradi.»
Anche le sue uscite recenti hanno fatto discutere. Con il ministro Abodi c’è stata qualche frizione di troppo?
«Ci siamo parlati dopo queste uscite: guardare avanti è la nostra, comune, intenzione, valorizzare gli aspetti che ci vedono lavorare fianco a fianco.»
Qualcuno ha paragonato certi atteggiamenti al “Marchese del Grillo”…
«Non sono tipo che si mette a replicare ad ogni cosa… io e Abodi dobbiamo pensare a questioni di sistema.»
A che punto siamo con i famosi primi 100 giorni e con il cronoprogramma di gestione?
«Non dobbiamo dimenticarci che questa nuova governance è partita a metà legislatura e in un mese, quello di fine giugno, troppo a ridosso dell’inizio della stagione: prassi vuole che si vada al voto tra gennaio e febbraio…»
Come si concilia questo orizzonte temporale con i risultati del campo?
«Con quanto detto all’inizio di questa chiacchierata: sì alla rivoluzione culturale, che non significa non dare peso a ciò che ci aspetta, a cominciare dalla Nations League di fine settembre. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo rivolgere lo sguardo alla base, ai giovani che rappresentano il futuro. So che davanti abbiamo l’Europeo 2028, il Mondiale 2030 e l’Europeo 2032, ma so anche che dall’eliminazione con la Bosnia ad oggi non sono sbocciati del tutto i fenomeni a cui speravamo.»
A proposito di Euro 2032 con la Turchia: a che punto siamo con gli impianti?
«I turchi sono pronti con gli stadi pronti, noi solo con l’Allianz Stadium in regola con tutti i parametri richiesti…»
Questo la preoccupa per il prosieguo dei lavori?
«Non sono preoccupato, ma sono uno di quelli che non vuole perdere nemmeno un secondo, che vuole stare sempre sul pezzo. Non lo perderemo grazie alla collaborazione di tutti i soggetti in campo.»
Quali saranno le città protagoniste?
«Non spetta a me dirlo, ma agli uffici tecnici. Certo potrebbe accadere di avere la lista delle grandi città italiane: Torino, Milano, Roma, Firenze e Napoli.»
Un’ultima battuta sulla governance mondiale e il futuro di Infantino alla guida della FIFA…
«Noi siamo l’Italia e l’Italia è legata in modo indissolubile con l’UEFA…»
Dalle corsie della scherma ai corridoi dei palazzi sportivi, l’innesto di figure come Diana Bianchedi al fianco della nuova dirigenza istituzionale e la guida tecnica affidata a Roberto Mancini — il terzo CT più presente sulla panchina azzurra con 61 presenze, alle spalle solo dei mostri sacri Bearzot e Pozzo — tracciano una linea netta. L’Italia del pallone non cerca solo scorciatoie tattiche o risultati immediati, ma prova a darsi una struttura manageriale solida, radicata nei valori olimpici di disciplina, pianificazione e visione a lungo termine. Una partita complessa, dove diplomazia e grinta agonistica dovranno viaggiare alla stessa velocità.