La contabilità dei rimpianti e la favola delle macerie
Restano lì, sul registro degli esuberi, a fare volume e bilancio. Fuori rosa, con la valigia sull’uscio ma senza un indirizzo preciso su cui apporre il timbro del mittente. Dopo aver impacchettato Ngonge e Folorunsho in direzione Monza, nell’anticamera dei separati in casa restano Mazzocchi, Lindstrøm e Cajuste. Zavorra tecnica o capitale immobilizzato, a seconda di quale lente si scelga per osservare il panorama.
Ci raccontano, con quella prosa un po’ svogliata di chi deve vendere la narrazione del giorno, che queste sarebbero le «macerie» del Napoli di Antonio Conte. Un’iperbole comoda, quasi consolatoria, che ribalta la sequenza degli eventi. Le vere crepe strutturali, quelle che ancora scricchiolano sotto i piedi delle casse societarie, appartengono a un’altra epoca: alla gestione dissestata del dopo-Spalletti e, soprattutto, alle macerie economiche firmate dalle due amate e odiate mancate qualificazioni in Champions League — quella con Gattuso prima, e il disastro consumato nel 2023 poi.
A ben guardare, non si tratta nemmeno di macerie in senso stretto. La realtà del calcio moderno risponde a leggi matematiche meno romantiche. Non tutti gli acquisti possono rivelarsi dei Khvicha Kvaratskhelia, pescati dal cilindro a cifre modiche per poi trasformarsi in plusvalenze da capogiro. Quando accetti di giocare alla roulette del mercato al risparmio, nel mucchio finisci per raccogliere inevitabilmente mezze figure, seconde, terze o quarte scelte. Giocatori strapagati rispetto al reale valore di mercato e blindati da ingaggi sproporzionati che oggi rendono la separazione un esercizio d’alta diplomazia finanziaria.
Il bilancio non mente mai, neppure quando la retorica prova a mascherarlo. E alla fine del pallottoliere, tra acquisti sbagliati e tesoretti sfumati, resta soltanto la solita vecchia lezione: chi risparmiando pensa di arricchirsi, spesso finisce solo per collezionare esuberi.