di Vincenzo Letizia
De Laurentiis metta mano alla tasca e faccia costruire un monumento ad Antonio Conte
Aurelio De Laurentiis metta mano alla tasca. Una volta tanto, non per un acquisto da presentare in pompa magna o per un’operazione di mercato da raccontare come un capolavoro di finanza creativa. Stavolta tiri fuori i soldi per qualcosa di ben più importante: un monumento ad Antonio Conte. Perché, alla luce di quanto stiamo vedendo, il Napoli dovrebbe dedicargli almeno una piazza. E magari anche una targa, con tanto di scuse pubbliche.
Per mesi, i soliti servi del padrone hanno provato a raccontarci un’altra storia. Gli infortuni? Colpa di Conte. Il mancato mercato? Conseguenza dei tanti soldi che avrebbe fatto spendere al presidente. Le difficoltà economiche? Sempre responsabilità del mister leccese. Insomma, qualsiasi cosa accadesse, il colpevole era già stato individuato. Una narrazione comoda, rassicurante per chi preferisce difendere il palazzo piuttosto che guardare dentro il campo.
Ma non raccontiamoci castronerie. Antonio Conte, in due anni, ha regalato al Napoli uno Scudetto e un secondo posto di straordinario valore, conquistato in condizioni che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra epoca. Ha costruito una squadra competitiva, gagliarda, con un’anima e una mentalità vincente. Ha restituito entusiasmo a una piazza che aveva bisogno di ritrovare orgoglio e ambizione. E tutto questo nonostante le difficoltà, gli infortuni e le inevitabili contraddizioni di una stagione lunga e complicata.
Conte aveva portato a Napoli competenza, serietà, disciplina e soprattutto un senso di appartenenza che non si compra al mercato. La sua squadra sapeva soffrire, lottare, reagire. Aveva una faccia riconoscibile, una personalità precisa. Si poteva discutere il gioco, qualche scelta, persino certe dichiarazioni. Ma negare il valore del lavoro svolto significava chiudere gli occhi davanti all’evidenza.
Eppure, incredibilmente, anche a Napoli abbiamo assistito alle lezioncine dei soliti sapientini. Proprio quelli che il mio amico Gianfranco Lucariello chiamava con una definizione tanto efficace quanto impietosa. Gente che si è permessa di criticare Antonio Conte come se fosse un allenatore qualsiasi, dimenticando che stiamo parlando di uno dei tecnici più vincenti e preparati del calcio italiano.
La verità è che Conte aveva probabilmente già intuito l’andazzo. Aveva capito le intenzioni, i limiti e le prospettive di una società che, dopo aver raccolto i frutti del suo lavoro, sembrava non avere più la stessa voglia di investire e rilanciare. E allora ha scelto di andarsene. A gambe levate, prima che il conto delle responsabilità ricadesse ancora una volta sulle sue spalle.
Una scelta che oggi, alla luce dei risultati e delle prestazioni, appare sempre più comprensibile. Perché un allenatore come Conte non è soltanto un uomo di campo: è un patrimonio tecnico, professionale e umano. E quando lo perdi, non basta cercare un sostituto in panchina per colmare il vuoto. Servono idee, investimenti, organizzazione e una società capace di accompagnare il suo progetto.
Grande mister, quanto ci manchi. E quanto avremmo voluto che qualcuno, invece di cercare colpevoli tra gli infortuni e le richieste di mercato, avesse avuto il coraggio di riconoscere fino in fondo i tuoi meriti.
Perdonali, Antonio. Perdonali perché, forse, non sanno quello che fanno. O forse lo sanno benissimo. Magari rispondono a logiche, interessi e appartenenze che con il bene del Napoli hanno poco a che fare.
Intanto, noi continuiamo a rimpiangerti. Perché con te avevamo una squadra, un’identità e una mentalità vincente. E oggi, più che mai, abbiamo capito quanto fosse un privilegio averti sulla nostra panchina.