Dentro la Curva A orfana del suo re: tra voglia di vendetta e il silenzio per Ciro

Atmosfera alcolica, sciarpe, parolacce, insulti gridati, fragranze di erba e hashish. Sfoggio di testosterone. Eccoci qua, curva A del San Paolo, il regno degli ultrà del Napoli, ore 21: va in scena la notte della protesta. Come in un teatro greco colmo di rabbia, pronto a condannare. Ma nelle foto scattate dalla Questura per censire il più famigerato gruppo di tifosi, i «Mastiffs», non c’è soltanto lui: «Genny ‘a carogna», su cui ieri è calata inesorabile la scure della giustizia.
Daspo La curva A non ha il suo padrone. La Polizia ha notificato a «Genny», il grande capopopolo, il provvedimento restrittivo: Daspo, niente stadio. Il protagonista della (presunta) «trattativa» all’Olimpico di sabato, prima di Napoli-Fiorentina, non c’è e non ci sarà per i prossimi 5 anni: il suo posizionarsi a cavalcioni sulle barriere che dividono le tribune dal campo della Capitale e quella maglietta con su scritto «Speziale libero» gli sono costati cari. Il papà lo difende, certo, a suo modo: «Genny non è un capo, gli hanno solo messo il microfono in mano…». Sarà. Ma per lui la Procura di Roma ipotizza i reati di interruzione di pubblico servizio, violenza privata e, nel caso, pure di estorsione. E oggi il San Paolo potrebbe essere chiuso fino a 2 giornate dal Giudice sportivo Tosel per l’atteggiamento intimidatorio dei tifosi napoletani che erano all’Olimpico.
Rabbia Quassù, in curva, si percepisce tutto il senso di comunità, come in un picnic domenicale però ad alto tasso di devianza. Tocca ai vicecapi della «Carogna», in tribuna, dirigere il concerto di protesta e solidarietà, in un crescendo di tensione emotiva. Le tanto temute 30 mila magliette «Speziale libero», affronto alla memoria dell’ispettore Raciti (ucciso al culmine degli scontri del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007) non ci sono tra i «Mastiffs»: gli agenti ne pescano solo 3 nel settore Distinti e portano subito fuori i recidivi. Riceveranno il Daspo. Altri fermati dalla Polizia nel prefiltraggio, perché senza biglietto al cancello 22, mentre il suono lacerante delle sirene e il volteggiare degli elicotteri incupiscono il cielo sopra Fuorigrotta.
Aria di vendetta Nei confronti dei tifosi della Roma, la squadra nemica, e soprattutto contro i responsabili dell’agguato a Tor di Quinto ai danni degli ultrà azzurri, si scatena ad un certo punto un diluvio di cori ostili: l’inquietante «Non finisce qui» o «Romano bastardo», «I figli di Roma conigli » e «Le mamme putt…», e via gridando, laddove due giovani tifosi si sentono male e gli infermieri subito prestano loro soccorso. Fiumi di adrenalina, voglia di vendetta: non tutti resistono. Ancora grida intrise di veleno: «Prima o poi gliela faremo pagare, hanno sparato dopo essersi visti sopraffatti perché l’agguato era fallito…». E rotoli di carta igienica giallorossa colorano le vie di fuga. Poi, a match già iniziato, la curva B srotola lo striscione «Ciro tieni duro», e lo stadio viene giù: è lui il pensiero fisso e, in segno di vicinanza, gli ultrà gli urlano «non mollare». Lui, il compagno di mille trasferte, piantonato in ospedale a Roma in condizioni ancora gravi. I tifosi gli si stringono idealmente attorno: non avrebbero mai lasciato la curva disabitata. Lo è invece, in segno di affetto, la zona dove Ciro era solito sedersi nel settore opposto. Loro, gli amici di sempre, volevano pure inscenare una protesta sotto forma di corteo ieri, ma la Questura non l’ha autorizzato. Sabato ci riproveranno con un nuovo sitin. «L’hanno quasi ammazzato e lo hanno pure arrestato, la fede non si diffida, ultrà liberi…», ripetono gli ultrà in questa notte di passione sotto il segno di Ciro.

La Gazzetta dello Sport

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