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Fabio Cannavaro: ” Spero che Insigne e Immobile diventino il simbolo di Brasile 2014. Sono l’orgoglio di Napoli”

Otto anni,anche se sembrano passati appena otto minuti. Otto anni da quella Piedigrotta che si scatenò all’Olympiastadion di Berlino,con tanto di Funiculì Funicolà come sigla finale e tutti in fila dietro il capitano, Fabio Cannavaro. Il ragazzo della Loggetta, partito da Napoli e arrivato ovunque. La figura simbolo della Coppa del mondo del2006, come Meazza lo fu dei Mondiali dell’Italia dei balilla ePablito Rossi dell’Italia da bere degli anni’80.
Ha spiegato a Buffon come si solleva la Coppa del mondo al cielo?
«Lui lo sa bene come si fa. Ha vinto tanto, ha vinto la Champions, è uno dei pochi di questo gruppo italiano che ha saputo primeggiare in Europa collezionando trofei. Ha la mentalità dei vincenti».
Già, bei tempi di una volta. Adesso non è proprio così.
«Ed è per questo che non bisogna mettere a confronto quel nostro Mondiale con questo: i ragazzi di Prandelli sono bravissimi, hanno qualità, gran de voglia di vincere. Ma rischiano di pagare il prezzo salato di un campionato italiano che non è più quello di una volta, poco competitivo con le squadre che in Europa stentano ad arrivare persino in un quarto di finale. E che spinge spesso ad andare via piuttosto che a restare».
Però pure lei è andato via.
«Con la Juve, il Parma e l’Inter avevo vinto qualsiasi cosa e ho lasciato l’Italia per andare nel Real Madrid, una squadra che ha qualcosa di mitologico per chi gioca a pallone. Ora in tanti vanno via solo per guadagnare più soldi. E questo non va bene».
Mica si è trasferito gratis in Spagna?
«Sono andato via perché avevo voglia di crescere ancora, di mettermi in discussione, imparare nuove lingue, vedere come si vive fuori dal nostro Paese. E credo di aver fatto la cosa giusta anche dopo, quando sono andato a vivere a Dubai e dove ho cominciato a quasi 40 anni a studiare l’inglese consapevole che non ne potevo fare a meno».
E i risultati?
«Discreti, nella comprensione. Un po’meno nel parlarlo. Forse è stato quasi più facile vincere il Pallone d’oro che imparare l’inglese. Ma in fondo mi capiscono: quelli dalla Bbc- I tv mi hanno visto in uno studio di Al Jazeera e hanno pensato che potessi andar bene come commentatore nella tv britannica. E mi hanno ingaggiato».
Niente male. E sabato notte come la mettiamo con Italia-Inghilterra?
«Un bel guaio. Proverò a essere il più”british” possibile, ma non penso che vi riuscirò più di tanto: Buffon,Pirlo e DeRossi sono ancora un pezzo di quella Nazionale fantastica e la nostalgia può fare brutti scherzi. Grazie a loro e a tutti gli altri ho coronato il sogno che avevo da piccolo e la notte la coppa me la sono portata a letto e l’ho cullata come un bimbo per ore».
Di quella squadra che trionfò in Germania lei fu, oltre che capitano, baluardo e fotografia, anima e cuore: Insigne o Immobile possono diventare il Simbolo di Brasile 2014?
«Lo spero tanto. Sono l’orgoglio di tutta Napoli: per chi vive dalle nostre parti, è più difficile emergere. È un problema di strutture e di possibilità. Ma quando arriviamo dove sono arrivati Ciro e Lorenzo diventiamo esempio per tutti: i ragazzini napoletani ci guardano e capiscono che è possibile emergere anche per loro, nel calcio come nella vita»
Adesso torna a Napoli, è vero?
«Sì. Finisco il Mondiale e torno a vivere nella mia città dopo un bel po’di anni. Anche perché dopo aver vinto tre cause in tribunale posso finalmente andare ad abitare nella mia villa di Posillipo. Me ne hanno fatte passare di tutti i colori per quei lavori».
Dunque, basta fare l’allenatore negli Emirati?
«Parlerò con lo sceicco e dopo spero di trovare una squadra che mi consenta di continuare a fare quello che più desidero fare, ovvero iltecnico. Per quasi venti anni ho preso appunti sulle cose buon e e cattive dei miei allenatori e ogni tanto me li vado a rileggere: gli atteggiamenti prima e dopo la partita, i commenti a caldo, la gestione dello spogliatoio».
Chiaramente fino al 2016. Perché, si dice, poi dovrà prendere il posto di Prandelli.
«È una ipotesi che non mi spaventa ma mi inorgoglisce. Non è un mistero che il mio legame con la Federazione è solido:io ho la mia esperienza internazionale, le mie idee e ancora tanta voglia di mettermi in discussione».
Il futuro dei giovani, è preoccupato?
«In generale per i giovani e il nostro calcio. Sono sparite le scuole, i campetti dove imparare a muoversi e a calciare. Che fine hanno fatto a Napoli i campi di Bagnoli, quello dell’Italsider, il Centro Paradiso dove ho mosso i miei primi passi?».
Oltre che le strutture, non è che sono diversi anche i ragazzi d’oggi?
«Certo, io prendevo il bus per andare ad allenarmi e magari adesso vanno con lo scooter nuovo di zecca. Ma è in tutto il mondo che
È così: non è che i nostri giovani giocano alla playstation e quelli inglesi no».
E allora?
«Io venivo da una realtà dura, ma ho avuto un’educazione rigida, fatta di regole e di principi da rispettare. Oggi non è più così,i ragazzi sembrano tutti travolti dall’anarchia».
E a Napoli come stiamo messi?
«È una città strana. Stamane alle 6 volevo correre a Copacabana, qui a Rio ma c’erano troppe persone in giro…E mi chiedevo: a via Caracciolo perché non è così ogni giorno?».

Il Mattino

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