Marchio Benitez, dopo la disfatta del San Mames non si è più visto

Poi c’è stato il San Mamés, il padre di tutte le disavventure (psicologiche), a cui s’è andato a sommare un mercato distratto – diciamo così – e però ciò non può essere la causa d’un effetto domino che tra il Chievo e l’Udinese ha demolito la memoria e introdotto Napoli al pessimismo più acuto. Cosa è successo non si sa, o non è semplice saperlo: però è cambiata la scena, è svanito quel clima da luna di miele del settembre del 2013, s’è sgonfiata la carica d’adrenalina creata dagli arrivi di Higuain (& company, certo), ma soprattutto non s’è più visto – mai in queste sei partite – il marchio di Benitez: come se quella magia fosse stata assorbita nel nulla ch’è adesso.

RIVOLUZIONE AZZURRA. Udine è la sintesi del disorientamento collettivo d’una squadra che, in sintesi, viene rivoltata come un anno fa, nel bel mezzo del settembre intasato dalle partite: ma quel turn-over generò successo, questo invece rappresenta il caos di un’ora abbondante di calcio sotto ritmo, d’una pressione irrilevante, di una stanchezza (mentale, non fisica) che annebbia e rende improduttivi. Poi ci sono le scelte, a cui Benitez ricorre alla stessa maniera del passato però con uomini stavolta meno inseriti rispetto ai loro predecessori all’interno del sistema, dell’ambiente e pure senza il conforto della «chimica» giusta per sentirsi «leggeri» nell’esibizione del copione. La cronaca, che in maniera asciutta va al di là delle opinioni, racconta di tre sconfitte, due vittorie ed un pareggio, il pregiudizievole 1-1 con l’Athletic Bilbao.

(IN)CERTEZZE. Proprio quando il Napoli ha bisogno di garanzie, anche tattiche, c’è lo strappo che acuisce il malessere collettivo: però a Udine, e nel contesto d’un mese certo affollato ma non proibitivo, la scelta di ricorrere ad un cambiamento quasi radicale rispetto alle abitudini (due debuttanti dall’inizio, il terzetto tra le linee inedito e con un fluidificante di mestiere a fungere da esterno offensivo; i due mediani centrali combinati l’uno a fianco all’altro anche dal destino – infortunio a Jorginho, febbre a Inler – che forse meritano garanzia alle spalle in un quartetto in cui il cursore di sinistra non sia uno stopper adattato) ha rappresentato una forzatura doverosamente evitabile.

FIDUCIA. Il Napoli sta vacillando intorno a se stesso, alle proprie insicurezze, alla involuzione d’una serie di protagonisti (Callejon ed anche un Albiol che a Udine è apparso in crescita, Insigne e Jorginho) ma è la manovra che ha smarrito la spensieratezza del settembre del 2013, quando veniva naturale correre in avanti, alla ricerca d’un «altro» gol, e non lascia infelicità l’«impossibilità» di evitare certi errori difensivi, che sono rimasti, questi sì. In sei gare: sette reti segnate e otto subite, quanto basta per un gap già rilevante ed un ritardo da Juventus e Roma che sembra già incolmabile. Eppure è ancora la terza giornata di campionato.

CONTRATTO. La questione è stata rimandata, non costituisce ragionamento «centrale» all’interno del momento, né rappresenta fastidio: De Laurentiis e Benitez si rivedranno al rientro del presidente da Los Angeles (partenza stavolta sì imminente) e quando esisteranno le condizioni per accomodarsi e dialogare su elementi concreti, non calcistici. Per continuare nel progetto, avviato festosamente nel maggio del 2013, serviranno le possibilità per continuare ad alimentare il club con interventi mirati sulle strutture – il centro sportivo e lo stadio – una visione manageriale in tema di mercato più elastica – ma non per questo sprecona – e, chiaramente, il sostegno dei risultati che possano rimuovere quella cappa che s’avverte su(l) Napoli. Ma la fiducia di De Laurentiis in Benitez è blindata: poi il calcio è una palla, si sa…

Corriere dello Sport

Commenti