Kalidou Koulibaly, il nome nuovo del Napoli: grande prova per il gigante azzurro

E dunque: questo è….! Con un fisico dal quale conviene stare alla larga, una rapidità da far impallidire dinnanzi al metro e novanta che viaggia a ritmi stratosferici, ovviamente il colpo di testa, l’anticipo, il ribaltamento. Il K2 d’una domenica bestiale nel suo piccolo (si fa per dire) è Kalidou Koulibaly, l’altra faccia del calcio, quella che regna sovrano nella penombra della tv, gioca nel Genk e viene pescato da Rafa Benitez, che ha orecchie ovunque ed antenne che esplorano qualsiasi appezzamento dell’universo. Sette milioni per strapparlo, giocando d’anticipo, andando a prenderselo a gennaio, facendolo arrivare a maggio, portandoselo a pranzo subito per spiegargli – con i bicchieri – i movimenti della linea, le diagonali, le coperture preventive, un calcio diverso, di altra fattura, che al francese va subito a genio.

MA CHE BRAVO. Poi Koulibaly ci mette del suo, perché dalle segrete stanze di Castelvolturno emergono una serie di sospiri: «Ma già parla così bene l’italiano». E’ nato imparato, s’usa dire da queste parti: o forse no, ha voluto farlo giocando pure stavolta d’anticipo, mettendosi il vocabolario in una mano e la grammatica nell’altra, arricchendo il proprio patrimonio di parole utili per riuscire a dimostrare immediatamente cosa sa fare.

«MOSTRO». Contro la Roma, la partita perfetta è la sua, che non sbaglia un colpo, né un movimento né un tocco, che si fa cinquanta metri di corsa e trasforma un’azione da difensiva in offensiva e lo fa senza il sostengo di nessuno, quasi fosse una gazzella o se volte un fluidificante, lo fa in scioltezza, con naturalezza, straripando sulla fascia e trascinando con sé i trentamila del san Paolo che non credono a ciò che stanno vedendo, perché va detto, la diffidenza fino a ieri mattina ancora resisteva. E poi ci sono i pregiudizi per chi è venuto dal Belgio, dunque non ha nel proprio curriculum vitae trascorsi da calcio d’élite: ma questo Koulibaly ha invece un futuro, e che futuro, perché non molla mai, ha saltato una sola partita e Rafa può parlargli come vuole, in italiano o in francese. Il linguaggio del calcio è universale.

Fonte: Corriere dello Sport

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