Dalle grandi solo noia, fantasia al potere

TORINO – Abbiamo esportato una partita brontolona e noiosa, ammesso che qualcuno si interessi ancora a noi. Roma e Juventus sono i club migliori che abbiamo, ma di rado lo dimostrano, la facilità con cui in Italia vincono le partite (i giallorossi un po’ meno, ma malgrado la palude di pareggi restano abbondantemente secondi) le ha tolto il gusto di farlo giocando bene. Non serve. Bastano accenni di superiorità, soprattutto del caso dei bianconeri, per stabilire una differenza clamorosa. Basta un colpo d’ala di un giocatore di talento per archiviare una domenica, e se alla Roma ultimamente capita meno è solo perché è probabilmente annoiata da se stessa. Allegri chiede continuamente ai suoi di “giocare bene tecnicamente”, ma sono proprio le sbavature tecniche ad essere costate le rare sbavature di questo campionato. A forza di non sforzarsi, Roma e Juventus si sono trovate di fronte senza sapere bene cosa fare, se non avere un’esagerata paura una dell’altra. Il confronto diretto è stata un delusione: undici cartellini, due gol su calcio piazzato e un solo tiro in porta (Manolas di testa, pure lui su una punizione-cross): è un bilancio inaccettabile per qualunque scontro diretto di qualunque lega importante, eppure né Allegri né Garcia si sono lamentati, e dunque nemmeno preoccupati, della magrezza dello spettacolo.

E allora bisogna fare finta che il calcio italiano non siano loro, perché per fortuna la crisi che da anni ha imprigionato il nostro campionato ha stimolato la creatività di molti allenatori, per i quali la ricerca del bel gioco, in mancanza di buoni giocatori, è diventata una necessità di sopravvivenza. Non è un caso che gli spettacoli più mediocri li offrano le società più pingui: oltre a Juve e Roma, anche Inter e Milan, spesso il Napoli, la Fiorentina fino a poche settimane fa, finanche il Parma che aveva un budget non di secondo livello. Gioca invece bene la Lazio, il cui gioco scorre in verticale ed è imperlato dal miglior talento della stagione, Felipe Anderson. Gioca benissimo il Torino, che è il nostro club che meglio di chiunque altro si è adattato alla mentalità europea (prestazioni sfavillante come quella di Bilbao sono una rarità, per il nostro calcio) e che ha una raffinatezza tattica sconosciuta a tutti gli altri in virtù del lavoro di Ventura, l’allenatore più bravo in circolazione. Gioca benone l’Empoli, armonico ed essenziale malgrado la formazione con gli stipendi più bassi del campionato: Sarri ha l’ardire di proporre due attaccanti puri e un fantasista vero (Verdi, Zielinski o Saponara) come quasi più nessuno aveva il coraggio di fare. Gioca bene il Palermo, perché Iachini ha messo la squadra a disposizione della qualità di Vazquez e Dybala, i cui fraseggi sono le cose tecnicamente più eccitanti che oggi la serie A proponga. E’ con il gioco, talora anche smodatamente d’attacco, che Di Carlo sta disperatamente cercando di salvare il Cesena.

E giocano talora bene, ma con troppa discontinuità, anche Genoa e Samp, anche se il livello delle loro rose rende quasi un obbligo proporre un minimo di bellezza. È un discorso che vale anche per il Sassuolo, che ha ormai una struttura societaria non da provinciale di terza classe.
Il nostro campionato, dunque, sta lentamente tornando a essere allenante perché si sta finalmente rinsaldando una classe media di valore, come dimostrano i risultati in Europa League. Invece le squadre migliori si stanno come atrofizzando, visto che Juve e Roma tengono le posizioni senza doversi sforzare. Serve che si abbassino a il livello degli altri, e se vogliono poi attrezzarsi a un livello superiore, cioè la fantomatica competitività in Champions League. Chi ama il bel calcio nel weekend non si guardi Napoli-Inter, il teorico clou. Cesena-Palermo e Lazio-Fiorentina possono essere molto meglio.

serie A

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Fonte: Repubblica

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