Bonucci, Gagliardini e Biglia: la voglia di un calcio “normale”

ROMA – La ricerca della normalità. Per un pallone meno isterico, con le marce basse, che riesca, almeno a volte, a mettere in fuorigioco tensioni,  polemiche, sospetti. Si arriva da un turno di campionato complicato. Sulley Muntari che lascia il terreno di gioco a Cagliari per le offese razziste (ululati verso Koulibaly anche nel posticipo di San Siro) ricevute da un bambino affiancato da genitori in silenzio, bocciati alla voce educazione. E poi i fumogeni, i petardi di Genova scagliati da un settore dello stadio rossoblu fino ai piedi del portiere del Chievo, Sorrentino, partita interrotta due volte, con i bambini in fuga dallo stadio. Occhi inumiditi, non solo per i lacrimogeni.
Ma c’è stato anche altro, nel weekend. Ieri prima di pranzo, al termine di un derby infuocato e non solo per il clima, il capitano della Lazio, Lucas Biglia chiedeva di scambiare la maglia con Francesco Totti, forse l’ultima numero 10 del Capitano nella stracittadina. Un assoluto oggetto di culto, ora e ancor di più tra qualche tempo. “Totti è un’icona” spiegava il centrocampista argentino. Un gesto che chiunque abbia ammirato Totti in 20 anni di magie avrebbe voluto compiere ma avvenuto in un frame surriscaldato, nella partita che produce tensioni da anni, forse riuscendo a far diradare l’aria densa ancora in giro per la simulazione di Strootman in versione Tania Cagnotto, per il rigore romanista del momentaneo pareggio.
 
E lo stesso aveva fatto anche Leonardo Bonucci per uno dei due figli durante Barcellona – Juventus, casacca richiesta a Messi durante una pausa di gioco per i figli, mentre il Barça provava a trovare un buco nella difesa bianconera. E sempre da casa Bonucci è arrivata un’altra istantanea di vita “normale”, sulle tribune dell’Olimpico di Torino il centrale di Juve e Nazionale con il figlioletto Lorenzo, tifoso granata, allo stadio con papà per tifare il suo idolo, il Gallo Belotti, contro la Sampdoria. A una settimana dal derby della Mole, sicuramente il percorso di avvicinamento più adatto fino al fischio d’inizio. Senza tensione, stress, un invito indiretto  verso una cultura sportiva più solida e diffusa.

E sempre a Torino un paio di settimane fa Roberto Gagliardini, una delle poche note positive della negativa stagione interista, si accomodava sulle tribune dello Juventus Stadium per la sfida d’andata in Champions League  dei bianconeri con il Barcellona. In platea assieme all’ex compagno all’Atalanta Spinazzola per ammirare Leo Messi. Come un ragazzo innamorato del calcio, che ha la fortuna e la capacità di giocare a calcio ai livelli più alti e che va a godersi dal vivo il Barça. Magari aveva ammirato la Pulce solo in tv. Messi appunto, ma anche Neymar, Suarez, la Juventus che vince in Italia da sei anni, Higuain e Dybala, i compagni di Nazionale Buffon, Bonucci, Chiellini, una supersfida d’Europa. La presenza di Gagliardini allo stadio anziché passare sottotraccia è stata invece vissuta come un’offesa da una parte del tifo nerazzurro. Tra ironia e soprattutto insulti a colpi di clic sui social, centro raccolta di rabbia ingiustificata verso un ragazzo colpevole, da interista, di aver lasciato per qualche ora Milano per Torino, per una partita di cartello della Juventus. Come se Gagliardini avesse violato chissà quale codice etico. Altro isterismo di casa nostra mentre negli stessi minuti a circa mille chilometri di distanza, a Dortmund (dove due anni fa pure avevano salutato l’addio di Jurgen Klopp alla panchina del Borussia con un’ovazione da brividi) c’era la corsa all’accoglienza dei tifosi del Monaco, costretti per l’attentato prima del match di Champions a un’inattesa sosta supplementare in Germania. Insomma, il calcio normalizzato è un film ancora più bello. Recuperare il gusto per un clima più disteso si può e anche in Serie A si è mosso qualcosa negli ultimi tempi. Il fair play in campo e fuori, certo, così come le raccolte fondi per le vittime del terremoto, per i bambini meno fortunati.

Ma è nell’ordinario, nei gesti semplici, nel rispetto dei tifosi per un calciatore di un club che va a vedere la partita tra altri due club, che serve il salto di qualità. Luciano Spalletti qualche settimana fa prima di Napoli – Juventus raccontava di voler assistere alla partita al San Paolo, poi costretto pare a cambiare idea, spiegava sempre Spalletti in conferenza stampa, per motivi di ordine pubblico. Uno dei colleghi più famosi del tecnico toscano, José Mourinho, per esempio ha messo da parte le manette sventolate a San Siro, le ditate negli occhi in Spagna (a Tito Vilanova, al termine di un Barcellona – Real Madrid) indossando una polo del Manchester United in conferenza stampa con la sigla “CR” a sostegno di Claudio Ranieri, esonerato poco prima dal Leicester dopo la Premier League vinta la stagione precedente. Uno dei comportamenti richiesti per il salto di qualità verso il pallone umanizzato. 
 
 
 

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Fonte: Repubblica

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