L’EDITORIALE – D10S e l’illusione del deserto: perché Messi non siederà mai sul trono di Diego

di Vincenzo Letizia

C’è un momento preciso, tra il fumo amaro di una sconfitta del Napoli contro la Lazio e il riflesso bluastro di uno schermo che trasmette immagini dal Colorado, in cui la mente cerca rifugio nel calcio “frizzante” dell’altrove. Cinquanta euro sull’over 2,5, la speranza di un’abbuffata di gol tra Colorado Rapids e Inter Miami e il desiderio di veder ballare la Pulce.

​La partita finisce 2-3, la scommessa è salva, ma l’anima resta inquieta. Perché ogni volta che Messi accarezza la sfera, parte l’automatico, quasi ossessivo, riflesso pavloviano: il paragone con Diego.

​Veder segnare Lionel — un bel gol, un rigore calciato con la solita, chirurgica maestria — è un piacere per gli occhi, sia chiaro. Giù il cappello di fronte a un campionissimo che ha nobilitato l’ultimo ventennio. Ma, di grazia, fermiamoci qui. Non osiamo il sacrilegio.

​La MLS è un torneo piacevole, certo, ma è un calcio senza rughe, un’esibizione veloce dove le difese sembrano disegnate col gessetto sotto la pioggia: evaporano al primo accenno di talento. In questo contesto, Messi giganteggia per diritto divino. Ma Diego? Diego è un’altra unità di misura.

​Il Pibe de Oro giocava in un’epoca di cacciatori di taglie prestati alla difesa, dove ogni tocco di palla era un invito al martirio. Nel calcio odierno, fatto di telecamere ovunque e arbitri col fischietto facile, Maradona avrebbe segnato cinquanta gol a stagione, provocando espulsioni a raffica solo camminando. In questo campionato statunitense, poi, Diego avrebbe trionfato da solo, magari in sovrappeso, con la pipa in bocca e quel sorriso beffardo di chi sa di aver già visto la fine del film.

​Ha vinto un Mondiale trascinando un’Argentina che, tolto lui, era una onesta accozzaglia di comprimari. Ha reso possibile l’impossibile a Napoli. Eppure, sentiamo ancora qualche “forsennato del pallone” lanciare blasfemie, tentando di accostare il terrestre Messi all’extraterrestre di Lanús.

​La logica e l’oggettività, doti rare quanto un dribbling di Diego nel fango di Acerra, ci dicono che il confronto non sussiste. Messi è il miglior giocatore della sua epoca, forse di molte epoche. Ma Maradona non si paragona a nessuno. Mai. È la differenza che passa tra un grande attore di Hollywood e il fuoco prometeico che ha inventato la recitazione.

Il calcio di oggi protegge il talento, lo incensa, lo mette sotto teca. Diego, invece, il talento doveva difenderlo ogni domenica dalle mazzate, dal fango e dal pregiudizio. Ecco perché, mentre Messi segna a Miami, il fantasma di Diego continua a sorridere dall’alto: consapevole che, per quanto gli altri corrano, lui è già arrivato al traguardo della Storia secoli fa.

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