AZZURRI PER SEMPRE – Il metronomo del Vesuvio: come Francesco Romano cambiò lo spartito del Napoli di Maradona

C’è una filastrocca che ogni tifoso azzurro sa a memoria, una sequenza numerica dall’uno all’undici che, al di là dei ruoli effettivi in campo, recita: Garella, Bruscolotti, Ferrara, Bagni, Ferrario, Renica, Carnevale, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano. Era questo l’undici base, l’ingranaggio perfetto che nella stagione 1986-87 regalò alla città il suo primo, storico tricolore.
Spesso la narrazione storica tende a focalizzarsi esclusivamente sul genio assoluto del Pibe de Oro. È innegabile che l’Argentina nell’86 e il Napoli in Italia godessero di un valore aggiunto senza eguali, ma un solista — per quanto divino — ha sempre bisogno di una struttura che ne sostenga l’estro. Un’orchestra non può esaltare il suo miglior tenore se gli elementi di sfondo non suonano a tempo. E a quel Napoli, nella prima parte dell’autunno del 1986, mancava proprio il musicista capace di dettare i ritmi. Quel tassello fondamentale fu trovato quasi per caso in Serie B, a Trieste, e rispondeva al nome di Francesco Romano.
Il suo sbarco a Napoli avvenne a ottobre, a campionato già iniziato. Il ds Italo Allodi e il tecnico Ottavio Bianchi sapevano di avere tra le mani una rosa d’alto livello, ma avvertivano una lacuna profonda nella zona nevralgica del campo: mancava un geometra, un costruttore di gioco capace di far ripartire l’azione dal basso.
Bianchi non ci pensò due volte e affidò le chiavi della squadra al nuovo arrivato. L’impatto fu immediato e il primo a trarne un beneficio cruciale fu proprio Diego Armando Maradona. Con Romano a farsi carico dell’impostazione arretrata, il capitano fu finalmente sollevato dall’obbligo di arretrare nella propria metà campo per ricevere il pallone. Diego poté così alzare il proprio baricentro, posizionandosi stabilmente sulla trequarti per inventare e finalizzare negli ultimi trenta metri.
L’innesto del regista tarantino portò pulizia nei passaggi, visione periferica e un’intelligenza tattica superiore, che si sposarono alla perfezione con il dinamismo e la foga agonistica di Salvatore Bagni e Fernando De Napoli. Romano divenne il “direttore d’orchestra” silenzioso di quel centrocampo. Il suo esordio, datato 26 ottobre 1986 contro la Roma, segnò l’inizio di una striscia di presenze che lo vide titolare inamovibile fino alla fine del torneo.
Senza essere un fuoriclasse da copertina, Romano si rivelò l’equilibratore perfetto, l’uomo giusto nel momento cruciale. Quella cavalcata del 1987 resta ancora oggi la testimonianza più limpida di una verità calcistica intramontabile: i campioni decidono le partite e accendono la fantasia, ma le vittorie si costruiscono sulla solidità e sull’equilibrio del collettivo. Senza le fondamenta, anche il talento più puro rischia di rimanere un meraviglioso, ma isolato, lusso estetico.

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