Crisi calcio italiano: dopo il flop Nazionale, crollano anche i tecnici all’estero ai Mondiali

di Vincenzo Letizia

C’era una volta la cattedra di Coverciano, università del tatticismo spicciolo e transalpino, dispensatrice di schemi e di gloria. Oggi, a guardare le mappe geopolitiche di questo Mondiale, rimangono soltanto le macerie di un’egemonia culturale evaporata sotto il sole dei risultati. Non bastava il trauma, ancora fresco e purulento, dell’eliminazione della nostra Nazionale per mano della Bosnia; una ferita che avrebbe dovuto consigliare il silenzio e la saggia penitenza della ricostruzione. No, l’orgoglio italico ha voluto esportare i propri profeti, scoprendo che il re non è solo nudo, ma soffre anche il freddo delle grandi occasioni.
Prendete Vincenzo Montella. La sua Turchia era stata dipinta, vigilia alla mano, come l’outsider designata, la mina vagante pronta a far saltare i banchi del torneo con la freschezza dei suoi talenti. Risultato? Due partite, zero idee, valigie già sul letto prima ancora di aver capito il clima. Un fallimento verticale, senza appelli, che ridimensiona l’aeroplanino a un volo low-cost senza destinazione.
Ma il dramma si fa commedia – o forse tragedia greca – se si guarda alla parrocchia di Carlo Ancelotti. Sedere sulla panchina del Brasile, per un non brasiliano, è già di per sé un atto di sottile tracotanza intellettuale. Se poi quel Brasile, indicato insieme alla Francia come il padrone designato del tabellone, fatica a strappare un pareggio contro un Marocco che avrebbe meritato ben altra fortuna, il dubbio sorge spontaneo. Certo, è arrivato il 3-0 contro Haiti, ma di grazia, stiamo parlando del Brasile, non di una provinciale qualunque. Vincere “solo” di tre gol contro i caraibici, offrendo una manovra lenta e compassata, sa tanto di brodo riscaldato. Carletto, il re delle coppe, sembra aver smarrito il telecomando per gestire l’immensa e anarchica qualità verdeoro.
Non va meglio a Fabio Cannavaro, naufrago con il suo Uzbekistan. Il 3-1 subìto dalla Colombia non è solo una sconfitta numerica, ma una sentenza tecnica: le possibilità di riagganciare il terzo posto sono ormai ridotte al lumicino delle speranze matematiche. L’ex Pallone d’Oro scopre che difendere la patria da giocatore era esercizio ben diverso dal catechizzare una nazionale asiatica priva di bussola.
A completare il quadro di una spedizione fallimentare, ci si mette anche la classe arbitrale. Maurizio Mariani, designato per Arabia Saudita-Uruguay, ha offerto una direzione di gara specchio fedele della nostra Serie A: spezzettata, insicura, priva di quell’autorevolezza internazionale che un tempo ci invidiavano.
Il bilancio è impietoso. Esportiamo tecnici che sembrano viaggiare a scartamento ridotto rispetto al dinamismo globale. Tra eliminazioni precoci, storcimenti di naso a Rio de Janeiro e fischietti stonati, la morale è una sola, ruvida ma onesta: restarsene a casa, a riflettere sui nostri peccati originali, sarebbe stato decisamente meglio.

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