Messi o Maradona chi è il più grande: il fascino di Diego oltre il calcio

Il riflesso di Diego sul prato di stelle americano

di Vincenzo Letizia

Mentre il Mondiale americano si avvita verso l’imbuto delle semifinali, gli occhi del pianeta si fanno calamita per le traiettorie di Lionel Messi. C’è un che di liturgico nel vederlo accarezzare il pallone, nel vederlo inventare spazi dove la fisica suggerirebbe il muro. Eppure, proprio nel momento del massimo fulgore della Pulce, il calcio si ricasca dentro: si riaccende il dibattito, il grande frullatore dei nostalgici e dei modernisti. Chi è il più grande? Messi o Maradona?
Per chi, come il sottoscritto, ha avuto il privilegio di consumarsi gli occhi sui campi dell’epoca, il dubbio non abita qui. La risposta è scritta nella polvere e nel fango. Con tutto il rispetto per la sublime continuità di Messi, il Marziano che sbarcò all’ombra del Vesuvio non ha, e non avrà, rivali.

La solitudine dei numeri primi (e degli scudetti)

Facile essere Re tra i viceré. Sfido chiunque, oggi o ieri, a prendere per mano quel Napoli — che prima del suo avvento oscillava pericolosamente nei pressi della retrocessione — e portarlo a vincere due scudetti e una Coppa UEFA. Quella di Diego non fu una scelta di comodo, fu un atto di fede e di anarchia sportiva.
C’è poi il capitolo Messico ’86. Maradona ha vinto un Mondiale praticamente da solo, trasformando una squadra di onesti faticatori in un’armata invincibile attraverso il puro peso del proprio genio. C’è anche una questione puramente biologica e di regolamenti: se Messi avesse giocato negli anni Ottanta, epoca di cacciatori di caviglie e di tackle che oggi costerebbero il Daspo, difficilmente avrebbe preservato la salute delle sue gambe. Diego no. Diego veniva abbattuto, rotolava come una trottola di gomma e si rialzava. Senza piagnistei.

L’elogio della fragilità: perché Diego parla ancora ai ragazzi

Ma ridurre Diego Armando Maradona a una collezione di dribbling e punizioni radiocomandate sarebbe un delitto di lesa maestà. Al di là dell’iperuranio tecnico, Diego era carisma puro, un magnete umano. Provate a chiedere in giro: non sentirete mai, e sottolineo mai, un suo ex compagno di squadra o un avversario d’allora parlarne male. Era amato perché era drammaticamente uomo.
Maradona non è stato un esempio perché era perfetto. È stato un esempio perché non ha mai nascosto le sue fragilità.
In un calcio odierno popolato da atleti aziendali, algoritmici e politicamente corretti, la figura di Diego giganteggia per sottrazione di ipocrisia. È caduto, rovinosamente, sotto i colpi dei propri demoni. Ma si è sempre rialzato, ci ha messo la faccia, pagando i conti di tasca propria e non ha mai smesso di difendere le sue idee, anche e soprattutto quando erano scomode per i palazzi del potere.
Questo è il legame transgenerazionale, l’insegnamento più alto che Diego lascia ai ragazzi che oggi affollano gli stadi americani: non quello di imitare i suoi errori, ci mancherebbe, ma di avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. Rialzarsi dopo ogni caduta e non smettere mai di essere sé stessi. Per questo, mentre Messi cerca l’ennesima corona, Diego continua a parlare al futuro.
L’estetica del calcio moderno ci regala replicanti di lusso, ma l’anima del gioco, quella rimarrà sempre custodita nel sinistro ribelle di un uomo che non volle mai essere un santo.

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Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
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