Il capo degli arbitri Fifa promuove l’uso della tecnologia e analizza il torneo alla vigilia della finalissima
A Miami, nel cuore pulsante del Mondiale 2026, Pierluigi Collina traccia la linea. Il presidente della commissione arbitrale della Fifa, l’uomo che ha ridefinito il ruolo del direttore di gara sul campo e fuori, difende a spada tratta l’evoluzione tecnologica del calcio. Dietro i dati, i grafici della spider-cam e le decisioni millimetriche, c’è una visione chiara: ridurre gli errori per rendere il gioco più giusto, senza per questo privarlo della sua anima emotiva. Insieme al presidente Gianni Infantino, Collina guarda al futuro della classe arbitrale con la certezza di chi ha intrapreso la strada corretta. Questa l’intervista della Gazzetta dello Sport.
Spagna-Argentina, fischia Slavko Vincic.
«Ha fatto un percorso molto buono. Sono contento per lui così come per gli altri che erano qui: scegliere non è stato facile».
Com’è stato annunciare per la terza volta l’arbitro di una finale Mondiale?
«Ogni volta ho la pelle d’oca. So cos’hanno fatto questi ragazzi e ragazze per anni, sacrificando tanto, famiglia compresa. Mi aspettavo l’emozione di Vincic, la stessa che ho vissuto anche io».
Al Mondiale si sono viste diverse novità: partiamo dagli otto secondi concessi ai portieri prima di rinviare?
«In certi campionati la tenevano fino a più di venti secondi, un’eternità. Gli arbitri non fischiavano perché la “pena” – calcio di punizione indiretto in area – era sproporzionata rispetto al “reato”. Quando gli abbiamo dato più tempo, 8 secondi, e sanzionato che se vanno oltre viene assegnato un angolo. Stessa cosa su falli laterali e rinvii. Ci sono state poche infrazioni, il che dimostra la positività dell’introduzione che ha reso il gioco più fluido e godibile».
È stato il Mondiale più tecnologico di sempre.
«La tecnologia è stata introdotta per risolvere una situazione paradossale. Allo stadio, 80mila e passa spettatori avevano la possibilità di vedere in tempo reale cosa fosse successo in campo, l’unica persona che non poteva era quella che doveva prendere le decisioni… Le strade erano due: o creavamo una comunità Amish all’interno dello stadio dove la tecnologia è bandita, oppure davamo la stessa possibilità anche agli arbitri. Investiamo milioni, sperando però che vengano “buttati via”: vorrebbe dire che gli arbitri hanno fatto un bel lavoro e non ne hanno avuto bisogno».
Quanto è cambiato il ruolo dell’arbitro?
«Dagli Anni 90 a oggi è cambiato il calcio. I giocatori sono diversi, si va a una velocità molto superiore. E in tutto questo la tecnologia ha avuto un ruolo importante, arbitri compresi. Ricordo la finale Brasile-Germania, quando chiesi allo staff locale giapponese se potessero darmi le cassette VHS con i video delle due squadre mi guardarono straniti. Oggi esiste Fifa Al Pro, che può fornire le informazioni utili per la preparazione».
Si è discusso sull’episodio della spider-cam in Norvegia-Inghilterra.
«È incredibile che non si riesca a convincere la gente che un pallone non abbia toccato alcun cavo… È stato mostrato un grafico in cui, quando il pallone viene toccato da un giocatore o un oggetto, si vede un picco. In tal caso si è visto un grafico piatto dal momento in cui il portiere ha rinviato il pallone fino al controllo dell’altro giocatore. C’è stata solo una leggera onda, legata all’aria, dopo la sfera per le rotazioni del pallone, e anche la telecamera è rimasta stabile. Ci sono strumenti tecnologici che ti permettono di chiarire certe cose».
E in Portogallo-Croazia?
«Anche qui il grafico parlava chiaro. C’è un picco quando tocca la testa dell’attaccante croato, poi linea piatta, e un altro picco quando tocca la schiena del difensore del Portogallo. Dato che il sistema non rileva il contatto con i capelli, il picco è determinato dal contatto con la testa».
Qualcuno dice che la tecnologia “uccide” l’emozione.
«È un falso storico. Sul fuorigioco c’è qualche secondo di attesa per la conferma, ma il giocatore esulta quando segna. E se il gol viene convalidato, c’è una seconda esultanza; se viene annullato, esulta la squadra avversaria. Trovo molto più giusto che l’emozione si basi su una decisione corretta, piuttosto che su un episodio destinato a essere discusso per settimane o decenni. Ancora oggi, a sessant’anni di distanza, ci si continua a chiedere se, nel gol dell’Inghilterra nella finale del 1966, il pallone abbia davvero oltrepassato la linea…».
La tecnologia, dunque, non come nemica del pathos, ma come garante di giustizia. Le parole di Collina tracciano una linea di confine netta tra il calcio del passato, fatto di ombre e recriminazioni eterne, e quello del presente, dove il dato scientifico protegge la credibilità del risultato. Resta l’aspetto umano, quello dell’emozione di una designazione o della gestione psicologica del campo, ma il supporto tecnologico è ormai una realtà irreversibile, a tutela degli arbitri e dello spettacolo stesso.
