L’EDITORIALE – Infortuni Napoli: l’infermeria piena smentisce il mito su Conte

di Vincenzo Letizia

Un anno fa, di questi tempi, il processo si celebrava a porte aperte nei salotti del calcio nostrano, con la sentenza già stampata in prima pagina: la colpa era di Antonio Conte. Dei suoi gradoni, dei suoi riti d’altri tempi, di quella preparazione spartana ed estenuante che — a detta dei soliti soloni di passaggio — usurpava i muscoli degli atleti, sfilacciando fibre e certezze prima ancora del primo freddo d’autunno. Il tecnico leccese faceva da comodo parafulmine. Poi la panchina ha cambiato proprietario, i metodi si sono ammorbiditi, le filosofie di lavoro si sono convertite ai nuovi dogmi della modernità gestionale e tattica, ma il responso della clinica, ostinato e spietato, rifiuta di adeguarsi alla narrazione di comodo.

Oggi il pallottoliere di Castel Volturno conta undici tesserati caduti in battaglia o passati per le cure del reparto ortopedico. Undici. L’equivalente esatto di una formazione titolare, polverizzata in un lasso di tempo che rende ridicolo qualsiasi ricorso alla cabala o al puro infortunio di gioco. La sequenza ha assunto ormai i contorni di un bollettino di guerra: dai primi campanelli d’allarme su Luca Marianucci e Alessandro Buongiorno, passando per Alisson Becker, Alex Meret, Frank Anguissa, Samuel Giovane, Scott McTominay e Leonardo Spinazzola, fino ad arrivare al tris d’autunno servito dalle selezioni nazionali con Constantino Favasuli, Mathías Olivera e da ultimo il giovane Claudio Vergara.

Quando i numeri smettono di essere eccezione per farsi sistema, il sospetto cessa di essere malevolo e diventa doverosa analisi clinica. Non si può derubricare a mera sfortuna un’epidemia che devasta linearmente la rosa, riproponendosi persino aggravata dopo aver cambiato la guida tecnica e, in teoria, anche le cariche di stress atletico. Chi additava con troppa fretta il metodo di Antonio Conte farebbi bene oggi a domandarsi se le cause non vadano cercate altrove: nella gestione della prevenzione, nelle strutture adibite al recupero, nel logorio strutturale di un gruppo costretto ad accelerazioni improvvise senza l’adeguato supporto di una programmazione medico-sanitaria all’altezza delle ambizioni di una grande società guidata dal presidente Aurelio De Laurentiis.

Il Napoli si ritrova così a dover rincorrere le rivali con la rosa sistematicamente mutilata sulle corsie e a centrocampo. La storia del pallone insegna che il talento vince le partite, ma la tenuta atletica conquista i campionati. Continuare a secretare le reali cause di questo calvario sotto l’alibi del caso o della “preparazione troppo dura” di chi c’era prima non servirà a restituire i muscoli agli assenti. Resta il fatto indiscusso: la teoria del capro espiatorio si è frantumata di fronte alla dura realtà dei referti medici. E ora, per risalire la china, servono diagnosi serie e meno alibi da spogliatoio.

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