L’evoluzione della telecronaca calcistica negli ultimi anni sembra aver imboccato una strada senza ritorno, fatta di urli, statistiche esasperate e un’autoreferenzialità che mette il commentatore al centro della scena, a discapito del gioco. Se un tempo il racconto del calcio era un’arte basata sulla sottrazione, sul rispetto per lo spettatore e su una competenza tecnica indiscutibile, oggi assistiamo a una costante rincorsa al decibel più alto, dove la preparazione sulla materia viene troppo spesso sostituita dal clamore. Un declino stilistico e contenutistico che solleva una domanda spontanea: dove sono finiti i veri maestri del microfono?
Un diluvio di decibel senza competenza
Oggi assistiamo a uno spettacolo desolante nelle telecronache moderne, in particolare con l’avvento di piattaforme come Dazn, dove i telecronisti sembrano fare a gara a chi alza di più la voce, sommergendo lo spettatore con un diluvio di dati, statistiche e “controdati” inutili.
Il problema non è solo l’ansia di mettersi in mostra a colpi di decibel (che spesso superano le soglie di un’aspirapolvere o di un asciugacapelli, diventando persino fastidiosi per la salute). Il vero dramma è che il telecronista moderno, tutto preso dal gridare il suo “cappellino” letterario per dare un senso storico forzato all’evento, sembra proprio a pezzi sugli argomenti calcistici. Manca la competenza sul campo, manca l’analisi tecnica, sostituita da un’autoreferenzialità esasperata che mette il commentatore al centro della scena, dimenticandosi che il gioco dovrebbe parlare da sé. Come diceva Bruno Pizzul, oggi i giovani colleghi sono inondati da parole che distraggono e infastidiscono: il telecronista non è un attore.
A questo scenario di generale smarrimento, si è aggiunto ieri il debutto su Rai della telecronista donna, che purtroppo è sembrata decisamente poco a suo agio con la complessa materia calcistica. Invece di portare quella ventata di freschezza, competenza o quella discrezione evocata dai grandi del passato, l’esordio ha ricalcato le stesse incertezze strutturali che deturpano il commento moderno. Tra esitazioni tecniche e una gestione del ritmo di gara che ha palesato una scarsa fluidità nel leggere le dinamiche sul rettangolo verde, la telecronaca è scivolata via con molta fatica, confermando come la preparazione specifica venga troppo spesso sacrificata.
La scuola della discrezione: da Ciotti a Carosio
Pensare a come si commentava un tempo fa quasi male, se confrontato con il frastuono di oggi. Il vademecum della Rai degli anni ’70 imponeva queste regole: usare parole semplici, non esagerare con le divagazioni e ricordare che lo spettatore vede la partita da solo, non ha bisogno di qualcuno che gli spieghi l’ovvio urlando in casa sua.
Sandro Ciotti avrebbe detto le cose con quella sua inconfondibile voce roca, precisa, mai fuori posto. Ci avrebbe raccontato il calcio con l’ironia fine di chi ne capiva davvero, ci avrebbe insegnato l’eleganza della sintesi e il rispetto per il pubblico, preferendo un silenzio intelligente a un urlo sguaiato per un gol.
E se vogliamo andare ancora più indietro, in un’altra epoca del racconto sportivo, come non nominare Nicolò Carosio? Un giornalismo d’altri tempi, certo, ma caratterizzato da uno stile molto, molto compito, estremamente elegante e, soprattutto, senza mai la necessità di urlare per trasmettere l’emozione del match. Una sobrietà e una compostezza che i telecronisti urlanti di oggi farebbero bene a studiare, azzerando il volume e ripartendo dalle basi.