«Cosa lo avete preso a fare? 14 miliardi per un calciatore, mentre Napoli è sommersa dalla spazzatura. Uno che crea problemi: si è visto a Barcellona». 30 anni fa, sembra ieri, così l’altra Italia commento l’ingaggio di Diego Armando Maradona, acquistato dalla società partenopea il 29 giugno 1984. Un arrivo incomprensibile: uno tra i più forti giocatori del mondo preso da una squadra che aveva chiuso il campionato 1983-84 all’undicesimo posto. E’ come se oggi – folgorato da un’illuminazione – Neymar facesse il diavolo a quattro per venire all’Atalanta. Altri tempi, giravano altri soldi, Napoli fece presto ad ammortizzare la spesa, con 60-70 mila abbonati a campionato, e soprattutto aprì un ciclo di successi durato cinque anni. La squadra che non aveva mai vinto nulla – se non due volte la coppa Italia – conquistò due scudetti e la coppa Uefa. Poi l’eclisse di Maradona, il buio anche per la società, il fallimento, l’umiliazione della C ma quella irripetibile esperienza non andò perduta. Saldò, innanzitutto, un legame fra Napoli e l’Argentina continuato negli anni. Non a caso, la risalita è coincisa con l’ingaggio di giocatori come Lavezzi e Higuain, connazionali del grande Diego ma soprattutto non ha più senso il vittimismo («colpa del nord», «colpa degli arbitri», «colpa degli altri») che aveva frenato la crescita della città non solo nel calcio. Napoli oggi sa che può vincere, lo ha già fatto, può rifarlo grazie a un progetto serio, quello di Aurelio De Laurentiis che finora ha mantenuto le promesse: il ritorno in A, l’Europa in 5 anni, un club risanato e invidiato. Manca un ultimo traguardo, ma oggi, come allora, non lo nominiamo. Quando si parla di Napoli, la scaramanzia è d’obbligo…
La Gazzetta dello Sport