L’inno, i murales e anche un capello: vivono ancora le tracce del genio

In città i murales sono scoloriti. Il mito no, quello resiste ancora. Il “corazon” dei napoletani batte sempre per re Diego, trent’anni sul trono e ogni volta che ritorna un bagno di folla. Come il 5 luglio 1984, con il San Paolo stracolmo e sulle bancarelle gadget di ogni tipo: bandiere, parrucche ricciolute, foto. Si trovano anche oggi, le richiedono i turisti perché Maradona vuol dire Napoli. Il popolo lo incoronò “meglio ‘e Pelè” con un inno su musica di Emilio Campassi e testo di Bruno Lanza andato a ruba già la sera dell’acquisto. L’avevano scritto giorni prima in uno scatto di fantasia: stamparono 35 mila copie, la macchina del falso le moltiplicò in poche ore. L’arrivo di Maradona accese l’inventiva dei napoletani: canzoni, statuine, il suo capello conservato in una teca in un bar del centro storico, le immagini di Diego vestito da San Gennaro. Anni dopo l’addio, Roberto De Simone gli ha dedicato una Cantata, Pino Daniele il “Tango della buena suerte”. Paolo Sorrentino dopo la vittoria dell’Oscar ha ringraziato le sue fonti d’ispirazione: Fellini, Scorsese, i Talking Heads e Maradona. L’ultimo re di Napoli. (mario basile).

La Repubblica

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