Una grande Löw-story: nessun c.t. tedesco ha la sua media-punti

Non ha la carriera da mito di Franz Beckenbauer, l’ultimo campione; non ha la rudezza di Helmut Schoen, mondiale nel ’74; non diventerà un padre della patria come Sepp Herberger, architetto del miracolo di Berna, sessant’anni fa. Joachim Löw continuerà a essere Jogi, come lo chiamano fin da bambino, anche se è colui che la media punti più alta della storia delle federazione (77 successi in 112 gare, 2,24). Ma il titolo mondiale è il premio anche per la costanza di risultati, sempre almeno in semifinale nei suoi otto anni: l’allenatore ha compattato talento, freschezza e sagacia tattica che la Bundesliga gli ha offerto, ma è sempre dell’idea che è stato lui a offrire al campionato tante stupende proposte. Nel 2010 buttò nel campionato Mondiale tanti ragazzi che adesso lo prendono in braccio e lo fanno volare: «Vanno ringraziati tutti, dai giocatori ai collaboratori, a tutto lo staff. Siamo i primi europei a vincere in Sudamerica, incredibile» dice il Bundestrainer, che resta contenuto nella festa.
Capitano fenomeno I giocatori tedeschi hanno pareggiato il conto dei trionfi: è il quarto, in otto finali, raggiungono così l’Italia. Lahm racconta: «Abbiamo combattuto fino alla fine, siamo cresciuti durante la gara come durante il Mondiale, abbiamo ignorato ogni critica. Il Mondiale del 90 è il primo che ricordo da bambino, adesso ne ho uno io da raccontare». E Neuer, che è stato eletto miglior portiere del torneo: «Titolo è di tutti, non mio. Anche di chi è rimasto a casa infortunato come è il caso di Reus o Bender. Siamo un grande gruppo, festeggeremo fino a quando riusciremo a farcela e poi comunque ci sveglieremo con il sorriso».

La Gazzetta dello Sport

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