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Bergamo oro di Napoli: «Fai così, Gabbiadini…»

Uno, Beppe Savoldi, è nato a Gorlago. L’altro, Manolo Gabbiadini, è di Bolgare. Tra i due paesi in provincia di Bergamo ci sono appena 5 chilometri di distanza. Savoldi e Gabbiadini sono cresciuti entrambi nel settore giovanile dell’Atalanta e transitati per Bologna. Adesso Gabbiadini dovrà affermarsi a Napoli proprio come fece Savoldi, che arrivò all’ombra del Vesuvio nell’estate del 1975. Era già una stella, seppur in provincia. Lo stesso dicasi per Gabbiadini, che a Genova con la Sampdoria è diventato grande. «Per un bergamasco venire a Napoli è più semplice di quello che sembra – racconta Savoldi – e poi io Manolo lo conosco: ha i valori umani e, soprattutto, l’umiltà per piacere ai tifosi azzurri. Napoli bisogna viverla con entusiasmo, farsi trascinare e non travolgere dal suo essere caotica».
IL PUNTUALE VINICIO Savoldi era per tutti «Mister due miliardi» oppure «Beppe gol», i napoletani erano pazzi di lui. Fioccavano gli inviti a inaugurazioni, feste, perfino a comunioni e battesimi: «Quelli erano altri tempi. Certo, bisogna stare attenti e a tavola è difficile non esagerare. La cucina napoletana è buonissima, ma Gabbiadini è un professionista serio e poi non credo che con Benitez si possa sgarrare». Già, l’allenatore sarà fondamentale nell’inserimento di Gabbiadini: «Nel mio caso in panchina c’era Vinicio, che era più bergamasco di me per quanto attiene alla puntualità – ricorda Savoldi . Mi ricordo che una volta insieme a Bruscolotti, Vinazzani e Caporale arrivai tardi alla partenza del pullman per Capodichino e lui ci lasciò a piedi». Dovesse aver bisogno di una guida bergamasconapoletana, Gabbiadini potrebbe tranquillamente rivolgersi a Savoldi: «Vivevo a Posillipo, ma fossi in lui me ne andrei a Pozzuoli oppure a Baia. Sono posti stupendi, sul mare, e anche vicini al centro di Castelvolturno. Napoli è accogliente ed il San Paolo regala emozioni uniche, Manolo con il suo sinistro saprà infiammarlo. I tifosi azzurri hanno un debole per i mancini».
POSILLIPO E SAN CARLO Savoldi a Napoli ha vinto solo un Coppa Italia nel 1976, ma un altro bergamasco (seppur adottivo, essendo nato a Brescia) ha contribuito in modo determinante a scrivere la pagina più importante della storia azzurra: Ottavio Bianchi sedeva in panchina il 10 maggio 1987 quando il Napoli conquistò il suo primo scudetto. Bianchi, però, a Napoli c’era già stato da calciatore a partire dal 1966: «Quando arrivai, avevo solo 22 anni (Gabbiadini ne ha appena compiuti 23). Ho un ricordo splendido di quel periodo. Certo, ho dovuto imparare velocemente a guidare come fanno a Napoli e ho capito ben presto che magari agli appuntamenti è inutile arrivare puntuali. Però, Gabbiadini non poteva fare scelta migliore. I napoletani hanno grande rispetto per chi lavora sodo come noi bergamaschi e apprezzano la franchezza nei rapporti. Per via del mio carattere non ho mai fatto una corsa sotto la curva per esultare, eppure in punta di piedi sono entrato nel cuore della gente. I tifosi azzurri sono molto intelligenti, capiscono subito se uno vuole fare il furbo e arruffianarsi le loro simpatie».
A CACCIA Bianchi non lesina consigli pratici, oltre a quelli calcistici: «In realtà, io a Castelvolturno ci andavo a caccia alla fine degli anni Sessanta mentre Gabbiadini dovrà andare lì per allenarsi. Comunque, Napoli è stupenda. Ho vissuto nei posti più belli della città, ma se debbo dare un consiglio a Gabbiadini allora dico che Posillipo non ha eguali e poi sappia che al San Carlo bisogna andarci per forza». A proposito di teatri, il San Paolo è un palcoscenico importante: «Gabbiadini non deve avere paura – conclude Bianchi, ha le qualità per fare bene anche in una grande squadra come il Napoli. Vedrete, conquisterà in fretta i napoletani con i suoi colpi ad effetto, poi con il tempo imparerà anche il dialetto». Benvenuto al Sud, Manolo.

La Gazzetta dello Sport

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