Euro-semifinali: Spagna padrona ma l’Italia risale

Cagliari-Napoli Benitez-Pecchia

Era il febbraio di un anno fa quando Fabio Capello tirò fuori la storia del «campionato poco allenante», suscitando l’ira di Antonio Conte. L’accusa sparpagliò gli eserciti. I triboli della Juventus in Europa vennero spiegati e giustificati, anche, con l’ascia ideologica brandita dal tecnico bisiaco. Il calcio italiano era scomparso dai radar: zero semifinaliste nel 2011, 2012, 2013. E una sola nel 2014, in Europa League: l’ultima Juventus di Conte, quella bocciata e retrocessa dalla Champions. A scriverne adesso, dopo che in semifinale ne abbiamo piazzate addirittura tre (la Juventus di Massimiliano Allegri a «Wimbledon», la Fiorentina di Vincenzo Montella e il Napoli di Rafa Benitez al «Roland Garros»), lo slogan di Capello rischia di sembrare superato. E allora provo ad allargare l’analisi. Alla ricerca del torneo più selettivo, ammesso che la bilancia internazionale possa definirne il peso, o almeno il senso, ho preso in esame le semifinaliste delle 16 edizioni di Champions ed Europa League dal 2000 al 2015. La Liga spagnola stravince per k.o.. Su un totale di 128 squadre, vanta la bellezza di 40 presenze. Non solo: dei 30 trofei globalmente distribuiti, ne ha alzati 12 (sei Champions e sei Europe League). Segue la nazione attualmente più in difficoltà, l’Inghilterra fuori da tutto: 26 presenze e cinque coppe (3 più 2). La Germania brucia allo sprint l’Italia nei gettoni, 18 a 16, ma l’Italia la batte sul campo: le tre Champions delle milanesi contro la doppietta del Bayern. Se poi dalle presenze complessive passiamo ai singoli club, la contabilità coinvolge sette italiane: Milan, Inter, Juventus, Lazio, Parma, Fiorentina e Napoli. Naturalmente, anche in questo settore primeggiano gli spagnoli, con 11 compagini. In ordine alfabetico: Alaves, Athletic Bilbao, Atletico Madrid, Barcellona, Deportivo La Coruña, Espanyol, Osasuna, Real Madrid, Siviglia, Valencia, Villarreal. A quota otto, pedala la Premier: Arsenal, Chelsea, Fulham, Leeds, Liverpool, Manchester United, Middlesbrough, Newcastle. E la tanto incensata Bundesliga? Sette, come la tanto bistrattata Serie A: Amburgo, Bayer Leverkusen, Bayern, Borussia Dortmund, Kaiserslautern, Schalke 04, Werder Brema. La sorpresa arriva dal «piccolo» Portogallo. Cinque squadre diverse. E tre coppe (1 + 2), tutte firmate Porto. Per la cronaca, non vinciamo la Champions dal 2010 (Inter) e l’Europa League, con il Parma, dal 1999, quando si chiamava Coppa Uefa e aveva staccato la Coppa delle Coppe. Insomma: qualcosa si muove. Probabilmente siamo diventati più allenanti, o più allenati. Nello stesso tempo, la classifica generale ci vede ancora lontani dal vertice, e non sarà mica colpa di Capello e del partito dei cospiratori se 1°) abbiamo perso un posto in Champions, 2°) la Juventus non ne conquistava le semifinali da 12 anni e 3°) il Napoli non vi accedeva, in assoluto, dal 1989, epoca di Diego Maradona e Careca. Altro dato di comparazione, il via-vai dei giocatori. Da capocannoniere uscente a riserva
del Borussia, l’eclissi di Ciro Immobile allarma. Alessio Cerci, spalla di Immobile al Toro e azzurro a furor di dribbling, ha preferito il Milan, «questo» Milan, alle panchine dell’Atletico Madrid. Juan Cuadrado, colonna della Fiorentina, da gennaio fa il precario al Chelsea. Sul fronte opposto, fino al labirinto della Coppa d’Africa, Gervinho, scarto dell’Arsenal, era il braccio armato della Roma. Con Mohamed Salah, «mancia» di José Mourinho, Firenze ha trovato un tesoretto. Jérémy Menéz, lusso periferico del Paris Saint-Germain, è il cannoniere del Milan. Non siamo più impero, non siamo più colonia. Siamo.

La Gazzetta dello Sport

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