Addio a Franco Costa, raccontò Juve e Toro

“Avvocato, poi ha visto Maradona? Sì, sì, l’ho salutato, mi è sembrato in piena forma, ma io sapevo già come giocava quando aveva 17 anni…”. Quel singolare pomeriggio del 9 novembre 1986, nella giungla che era diventato il sottopassaggio del Comunale, armato di microfono e di un cappellone modello “suburban-cowboy” da fare invidia al più spavaldo degli Indiana Jones, Franco Costa, inviato principe della Rai di Torino, stuzzicava arditamente il “giramento” – neanche tanto mascherato – di Gianni Agnelli per la sconfitta casalinga della Juventus che lanciava il Napoli solitario in vetta alla classifica.

E’ vero, però, che alla vigilia del big match il Pibe aveva – ossequiosamente – espresso il desiderio di conoscerlo: “Ho letto molto su di lui – confidava ai cronisti Dieguito – ma non ho ancora avuto il piacere di stringergli la mano. Avrei tantissime curiosità da soddisfare, sulla sua vita, i suoi programmi, dei progetti che deve avere in mente. E sarei anche pronto a rispondere a tutte le sue domande”. Meglio un’altra volta, gli azzurri di Ottavio Bianchi avevano appena inferto il colpo di grazia a una Signora ferita, soltanto quattro giorni prima il Real Madrid di Butragueno aveva eliminato Platini e compagni ai rigori nel ritorno degli ottavi di coppa dei Campioni. 

Costa, e dire che in quella stessa settimana la Fiat brindava all’acquisto dell’Alfa Romeo (che il governo aveva deciso di vendere) soffiandola alla Ford, un’operazione che passò alla storia.
“Certo, ma se la Juve perdeva, e succedeva di rado, l’Avvocato non riusciva a godersi appieno la più grande delle soddisfazioni. Viceversa, specialmente se si trovava all’estero per lavoro, una giornata difficile poteva trasformarsi in una bellissima se la squadra aveva vinto”.

Non fu quella l’occasione, Maradona e compagni presero a pallate i bianconeri di Rino Marchesi: 3-1 e ventimila napoletani in delirio.
“Prima della partita andai con l’operatore in mezzo ai tifosi campani, c’era il solito entusiasmo, ma anche il presentimento che qualcosa di memorabile sarebbe di lì a poco andato in scena. Era solo la nona giornata, ma quella vittoria fu il trampolino di lancio per lo scudetto”.

E la spinta verso l’uscita per Platini.
“Con Michel avevo un ottimo rapporto, si andava spesso a mangiare insieme in un ristorante sulla collina torinese dove lui era praticamente di casa. Cordiale, di compagnia, riusciva a sdrammatizzare su tutto. A fine stagione si ritirò e mi dispiacque parecchio, segnava la fine di un ciclo fantastico”.

Quando conobbe, invece, Agnelli?
“Nel 1969, lo ricordo come se fosse ora, un martedì, scrivevo sulla Stampa. L’allenatore della Juventus era Luis Carniglia, confermato in mattinata dalla dirigenza nonostante una serie di risultati negativi. Eppure un titolo del Corriere della sera mi insinuò il dubbio. Dico al caposervizio: se non fossi della Stampa telefonerei all’Avvocato. ‘Chiama’, mi sussurrò. Raccontavano che potevi essere licenziato per molto meno…”

Ma rischiò.
“L’incoscienza di un 29enne. ‘Centralino? Casa Agnelli, grazie. Buongiorno, Franco Costa di Stampa sera, c’è l’Avvocato per favore?’ Attimi interminabili. ‘Sono Agnelli, mi dica’. ‘Buongiorno Avvocato, Costa, allora conferma Carniglia?’ ‘No, sono stanco di fare figuracce in giro per l’Italia. Sarà sostituito da Rabitti e Boniperti’. ‘Posso scriverlo sul giornale?’ ‘Certo, buongiorno’. Articolone in prima pagina a nove colonne”.

Fu una passeggiata.
“Il segretario di redazione, allibito: come hai fatto? Risposi: ho alzato la cornetta e ho chiesto al centralino di passarmi casa Agnelli. Può provare anche lei, se vuole”.

Un colpaccio, quasi quanto l’esclusiva sulla tragica serata dell’Heysel.
“La settimana successiva alla finale, il 6 giugno del 1985. Fu schietto, come al solito. Della coppa facciano pure ciò che credono, dichiarò, possono pure restituirla. Ma ci hanno ordinato di giocare e il titolo di campioni d’Europa no, quello rimane nostro. Ma con l’Avvocato non furono sempre rose e fiori…”

Sentiamo.
“Una volta si arrabbiò moltissimo per un servizio su un Juve-Roma che mandai al ‘Processo del lunedì‘. Il montatore, forse un po’ distratto, combinò un pasticcio e alzò un polverone mediatico tra Agnelli e Dino Viola, il presidente dei giallorossi. Non mi parlò per un anno. Anzi, una volta che ci incrociammo proprio nei corridoi della Rai di Roma, indicandomi a Enzo Biagi, che doveva intervistarlo, sentenziò: ‘Vede, questi sono più pericolosi dei giornalisti veri’. Non solo…”

Cos’altro?
“Quando arrivava al Comunale con la sua Croma argentata leggevo dal suo labiale cosa diceva ai nipotini John e Lapo: ‘Vedete ragazzi, quel tipo rompe sempre i c… al nonno’. Poi chiarimmo l’equivoco, per fortuna”.

Tanto che una decina d’anni dopo scrisse la prefazione per un suo libro, “L’Avvocato e Signora” (Zelig Editore, 1996).
“Gli feci recapitare una copia alla sede di corso Galileo Ferraris. Speriamo non s’incazzi, mi dissi. Il mattino seguente, puntuale, la chiamata. ‘Costa, ho ricevuto il suo libro, ho cominciato a leggerlo convinto di addormentarmi, invece mi ha divertito molto’. Ah, menomale…”

Il capitoletto dell’ombrello a Villar Perosa è una chicca.
“La pioggia sul vernissage stagionale della Juve era un classico, e con una mamma calabrese che vuole, insieme a penna e taccuino…portai l’ombrello. Peccato che servì a riparare l’Avvocato e Montezemolo, ché io rimasi largo a reggere il manico, sotto l’acqua… Sì, ci scappò un bel servizio, ma per poco non mi becco una polmonite!” 

Su Youtube è possibile rivedere diverse sue interviste, ad Antonio Conte (giocatore) fresco di firma, ad esempio.
“Lo ricordo emozionatissimo, ma non so usare il computer… Ventanni dopo l’avrei consigliato ad Andrea Agnelli per la panchina, chissà, forse lo rammenta”.

Visse da protagonista anche la Champions del ’96 e l’Intercontinentale di Tokio.
“Che gol Del Piero! Sì, un altro gruppo leggendario. Quando vinsero la Champions all’Olimpico tornarono a notte fonda all’aeroporto di Caselle, Vialli mi invitò a salire sul pullman a festeggiare con loro: ‘Vieni qua Costa’ mi urlò Luca, ‘questa coppa è anche tua!’ Piccole soddisfazioni…”

Ora che è in pensione può ammetterlo: è sempre stato juventino.
“Guardi, portavo le torte in bici per andare a vedere la Juve da bambino. Ma il Filadelfia, lo stadio del Toro, era un cortile di umanità, la casa del calcio. Non dimenticherò mai le partitelle con Gigi Meroni e Giorgio Ferrini negli anni ’70. Altri tempi…”.

Fonte: SkySport

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