di Vincenzo Letizia
Bologna primo in classifica. Di chi il merito principale? Lo diciamo da anni, quasi inascoltati: Vincenzo Italiano è un grande allenatore. Lo è stato a Spezia, lo hanno capito presto a Firenze e oggi lo stanno comprendendo, forse con un pizzico di stupore, anche a Bologna. Non serviva la moviola del tempo né l’ennesima analisi tattica di qualche “esperto” dell’ultima ora per intuirlo: bastava sapere leggere il calcio. E chi questo sport lo mastica da cinquant’anni, non per moda, non per opportunità, ma per pura devozione, certe cose le fiuta subito.
Quando auspicavamo Italiano sulla panchina del Napoli, non era un capriccio social né un vezzo da opinionisti improvvisati. Era semplicemente una valutazione logica, lucida, maturata attraverso decenni di palloni osservati rotolare. E mentre lo dicevamo, attorno a noi proliferavano i nuovi guru del pallone: i “piscitielli di cannunaccia”, cresciuti calcisticamente tra un reel e un commento da bar, e le “scosciate impertinenti” che hanno scoperto nel calcio un palcoscenico per esporre con orgoglio la propria ignoranza calcistica. E ci deridevano. Ma il tempo è spesso galantuomo. E lo è stato anche questa volta.
Non è snobismo: è constatazione dei fatti. Per capire il valore di un allenatore come Italiano, devi saper riconoscere una squadra che costruisce, che crea superiorità, che si muove con armonia. Devi avere memoria, e soprattutto devi avere occhio.
Attenzione, però: non si tratta di denigrare Antonio Conte. Un tecnico che arriva e vince uno scudetto al primo anno a Napoli non può essere definito un fesso. Nessuno lo è, nessuno lo diventa. Conte è un gestore, un motivatore, un uomo di campo e di principi. Ma il calcio, come spesso accade, non vive solo di pragmatismo: vive anche di estetica. E questo, volenti o nolenti, a Napoli è un punto sensibile, quasi identitario.
Perché il popolo azzurro non chiede il tiki-taka fine a sé stesso, non cerca la giocata superflua, non pretende il dominio sterile: chiede semplicemente di vedere una squadra che respiri calcio, che costruisca, che provi a rendere la partita uno spettacolo, non una fatica.
E allora sì, diciamolo chiaramente: vedere il Napoli giocare un po’ meglio non sarebbe affatto disprezzato dai tifosi. Anzi, sarebbe accolto come una carezza dopo settimane in cui la squadra ha spesso brillato più per il singolo risultato che per il percorso che lo ha generato.
Vincenzo Italiano, oggi, rappresenta l’idea di un calcio che unisce coraggio e qualità, intensità e libertà creativa. Il calcio che avremmo voluto vedere, il calcio che forse un giorno vedremo, il calcio che sicuramente — numeri e prestazioni alla mano — continua a far brillare le piazze in cui passa.
Ecco perché lo dicevamo allora.
E, con buona pace dei lattanti del pallone, continuiamo a dirlo oggi.