di Vincenzo Letizia
Antonio Conte non abita l’ordinario, lo incendia. C’è chi vince e ringrazia, e chi vince e presenta il conto, con quel dito puntato che sa di tribunale del popolo e di rancori mai sopiti. Il Napoli travolge la Cremonese, mette nel mirino i cinque punti che mancano per timbrare il passaporto verso l’Europa dei Grandi, ma il clima non è di festa: è di battaglia.
Il tecnico salentino ha scelto il momento del trionfo per regolare i conti con i “censori”, rei di aver osato analizzare le crepe di una stagione che, pur vincente, ha vissuto di strappi. È il solito spartito: il “noi” contro “tutti”, la trincea eretta a difesa di un’identità che lui sente minacciata dai giudizi esterni. Ma la vera notizia, quella che rotola più pesante del pallone, è il gelo calato su Romelu Lukaku.
Veder Conte deluso dal suo pretoriano fa l’effetto di un tradimento consumato in pubblica piazza. Se ne era fatto garante, lo aveva preteso come architrave del suo castello, e vederlo oggi declassato a “delusione” racconta quanto sia profonda la ferita nel rapporto tra l’uomo di Lecce e il suo totem belga. Il colosso ha i piedi d’argilla, e l’architetto non ha più voglia di puntellarlo.
Ora il calendario offre la discesa: Como, Bologna, Pisa e la chiusura col sipario del Maradona contro l’Udinese. Una formalità burocratica, sulla carta. Ma a Napoli la carta brucia in fretta. Raggiunto il traguardo, si dovrà sciogliere il nodo che stringe il futuro: restare per consolidare o andar via lasciando, come sempre, macerie di gloria?
Conte passerà alla storia del Golfo, questo è certo. Per i risultati, per i muscoli esibiti e per quel modo tutto suo di abitare il successo come se fosse una punizione per gli altri. Restano pagine indelebili, scritte col sangue e col fiele, proprio come piace a lui. Ma tra un record e una polemica, resta il dubbio: può esistere un Napoli senza il suo condottiero o, viceversa, un Conte capace di vivere senza un nemico da abbattere?
Che sia Champions o meno, la sensazione è che il sipario non calerà nel silenzio. Con Conte, anche i titoli di coda hanno il rumore di una dichiarazione di guerra. Resta la bellezza di una squadra che ha ripreso a correre, pur avendo l’anima graffiata dal suo stesso creatore.