IL CUSTODE DEI SEGRETI AZZURRI: DA MARADONA A CONTE, PARLA TOMMASO STARACE

Calciatori, allenatori, presidenti e dirigenti passano, ma se c’è un unico filo conduttore capace di unire idealmente le storiche cavalcate tricolori del Napoli, quel filo porta il nome di Tommaso Starace. Storico magazziniere, anima e cuore dello spogliatoio azzurro, Starace rappresenta la memoria storica di un club che ha saputo resistere a tempeste, avvicendamenti societari e rivoluzioni tecniche. Entrato in società molti anni fa con un ruolo ben diverso, ha saputo attraversare decenni di storia partenopea, diventando il vero collante tra la squadra e i campioni più importanti. Era sul terreno di gioco accanto a Diego Armando Maradona nei primi due scudetti, ha vissuto il trionfo con Luciano Spalletti e oggi continua a essere un punto di riferimento nell’era di Antonio Conte. Da Careca a McTominay, da Krol a Osimhen, fino al legame indissolubile con Dries Mertens: la sua è la voce più lucida e originale del club, proprio nell’anno in cui la società si appresta a tagliare lo storico traguardo dei 100 anni di vita. Il Mattino lo ha intervistato per farsi raccontare una vita intera tinta d’azzurro.
Tommaso Starace, se le dico Napoli qual è la prima cosa che le viene in mente?
«Napoli è una città bellissima, è un immenso amore, una città che dice tutto e che ci porta ad essere tifosi della nostra città, perché abbiamo veramente tutto, solo che qualche volta potrebbe essere ancora di più».
Lei ha vissuto veramente tanti anni di questo club, c’è un momento particolare che ricorda e che porta oggi con affetto?
«I momenti sono tutti bellissimi, sin dal primo giorno che ho messo piede a Piazza Amedeo, nella sede del Napoli, fino ad oggi. Sono passati tanti anni e ogni volta che entro allo stadio mi emoziono sempre di più».
C’è qualcosa che lei fa di solito con i calciatori per farsi apprezzare sempre così tanto, oppure è stato il suo essere così genuino il segreto?
«Per noi magazzinieri è sempre difficile arrivare ad avere un certo rapporto con loro, perché il calciatore è sempre un po’ restio a lasciarsi andare, ha paura che tu possa fare la spia e cose simili. Ma noi napoletani non siamo così».
Nei tanti calciatori che lei ha visto, che cambiamento ha avvertito tra quelli degli anni 70′ e quelli di oggi? Come sono cambiati nel tempo?
«Non sono cambiate le persone ma il sistema calcio. Una volta il calciatore era di proprietà della società, oggi il calciatore è proprietà di se stesso. E guarda i suoi interessi in tutto e per tutto».
Qual è stata la prima persona che le ha dato fiducia nel Napoli?
«Sono tanti. Le persone poi ti vedono, ti guardano, ti ascoltano e possono capire che fiducia possono darti. Dal direttore Vitale dell’epoca al mister Di Marzio che è stato con il Napoli a mister Conte. La fiducia bisogna conquistarla con le proprie mani».
Lei prima ci parlava di Piazza Amedeo, ricorda perfettamente il suo primo giorno all’interno del Napoli come club?
«Io all’epoca ero un ragazzo ed ero un gran tifoso. Anche ora lo sono, ma prima ero acerbo. Da fuori magari ti chiedi “perché il Napoli non vince?”. Poi entri a far parte della famiglia e man mano inizi a capire tutte le dinamiche. Poi fortunatamente abbiamo iniziato a vincere anche noi, e per me è stata una cosa troppo importante».
I tifosi la chiamano l’uomo degli scudetti perché lei è stato così trasversale da viverli tutti e quattro, ci da un aggettivo per descriverli? Partiamo da chiaramente il primo, nel 1987 con Diego. Che successo fu?
«Il primo scudetto è stato straordinario. Siamo stati tre giorni chiusi giù agli spogliatoi a mettere la roba a posto e non ci sembrava mai vero di aver vinto. Una gioia spettacolare, esattamente come l’ultimo successo. Quello del 1990 lo ricordo con entusiasmo perché eravamo lì a lottare con il Milan di quell’epoca, poi vincemmo a Bologna e capimmo che era fatta. Con Spalletti nel 2023 la vittoria più bella è stata a Torino con la Juventus, il passo decisivo. E l’ultimo con Conte è stato un successo incredibile, stavamo sempre pronti ad allargare le mani sperando che il nostro Dio, che sarebbe Diego, ci facesse il miracolo».
Il legame con Maradona e Mertens è evidente, ma qual è invece il segreto del suo famoso caffè?
«Il primo a bere il caffè sono io perché lo devo assaggiare: se piace a me, allora può piacere agli altri. Quando sono arrivato non c’era l’usanza di prepararlo al momento, si faceva e si lasciava freddare sul tavolo. A me sembrava una cosa fatta male, non era il vero caffè napoletano. Così ho cercato di servirlo sempre caldo, con le tre “C“».
Siamo nell’anno in cui il club compirà 100 anni. Se le dico “centenario del Napoli”, cosa le viene in mente?
«Sono passati cento anni e ben quarantotto li ho vissuti insieme a loro, praticamente quasi la metà della storia. Mi vengono in mente tante gioie ma anche i momenti in cui abbiamo perso, come la retrocessione in Serie B dove ci facevano le docce fredde. Ho pianto di gioia e ho pianto di dolore, perché io amo Napoli e a questa squadra do ancora oggi tutto me stesso».

Cinquant’anni di calcio vissuti dietro le quinte ma sempre in prima linea, a custodire sogni, aneddoti e i segreti dello spogliatoio più caloroso d’Italia. Tommaso Starace resta l’ultimo vero baluardo di un calcio romantico che non c’è più, l’unico in grado di servire un caffè che profuma ancora di leggenda e che unisce idealmente l’era di Maradona a quella contemporanea. Un pezzo di storia vivente che vi propongo direttamente attraverso questa intervista, per celebrare un uomo che ha speso metà della sua vita per la causa azzurra.

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