di Vincenzo Letizia
C’era una volta un Napoli silenzioso, quasi sabaudo per interposta persona, costretto a muoversi felpato dietro le quinte del potere assoluto di Antonio Conte. L’ex condottiero leccese, si sa, non divideva l’orto né il comando: decideva chi parlava, chi taceva e, soprattutto, teneva a cuccia le uova nel paniere presidenziale. Un “diktat” rigido che ha prodotto frutti pesanti, ma che ha inevitabilmente prosciugato la linfa vitale del primo attore di questa commedia dell’arte: Aurelio De Laurentiis.
Ed eccolo, infatti, il grande ritorno. È bastato un cambio di guardia per restituirci il patron in tutta la sua esuberanza verbale e scenica. Si riprende il palco con la voracità di chi ha digiunato troppo a lungo, scortato dal figlio Edoardo che si presenta all’evento con un outfit talmente informale — tra il balneare e lo spensierato — da far sorgere il dubbio che avesse scambiato la sala stampa con una spiaggia di Positano. Ma al di là del folklore cromatico, il messaggio politico è chiaro: la ricreazione è finita, il presidente è tornato al centro del villaggio.
Dal “Decido tutto io” al “Decide la ditta”
La differenza con il passato recente non è una sfumatura, è un abisso filosofico. Laddove Conte erigeva barricate per difendere la propria autonomia decisionale, Massimiliano Allegri si presenta con il sorriso sornione di chi ha visto tutto e il contrario di tutto.
“Il mercato? Decide la società.”
Una frase che per i puristi del “tecnicismo rivoluzionario” suona come un’abdicazione, ma che per Max è semplicemente realismo applicato al calcio miliardario. Allegri accoglie l’etichetta di “aziendalista” non come una diminutio, ma come un fregio. È la fiera rivendicazione del gestore di risorse, del restauratore che non chiede la luna ma ottimizza quello che passa il convento (o la ditta, per dirla alla piemontese-toscana).
Mentre attorno imperversano le solite “tarantelle” di un mercato bloccato dalle cessioni difficili e dai capricci dei mediatori, Allegri si sottrae al gioco delle pretese. Non batte i pugni sul tavolo; preferisce studiare le carte che ha in mano.
Il dogma della sottrazione e il fuoco del Vesuvio
La sfida che attende il tecnico livornese all’ombra del Vesuvio è tra le più stimolanti della sua carriera.
La difesa come dogma: Max ha già evocato la “differenza reti” come bussola statistica per lo scudetto. Per lui, blindare la porta non è un limite estetico, ma una necessità matematica.
La fantasia al potere: La vera scommessa sarà innestare questa proverbiale prudenza geometrica su una rosa che per DNA pulsa di estro, dribbling e anarchia offensiva.
Non si tratterà di spegnere il talento, ma di incanalarlo. Allegri non cerca la bellezza fine a se stessa, cerca l’efficacia. E se per ottenerla bisognerà accettare le uscite teatrali del suo presidente e i consigli di mercato sussurrati all’orecchio, nessun problema: il “corto muso” si adatta anche alle curve del golfo.