Il paradosso Deschamps: una corazzata che non decolla, e il tabù del CT straniero


di Vincenzo Letizia

La sentenza è arrivata a Dallas, senza appello: 2-0, con la Spagna che non ha semplicemente battuto la Francia, le ha impartito una lezione di calcio dal primo all’ultimo minuto. Mbappé e compagni, favoriti della vigilia, escono dal Mondiale 2026 imbrigliati, spenti, quasi irriconoscibili — l’ennesima conferma che il problema dei Bleus non è mai stato il materiale a disposizione. È la chiusura, forse definitiva, dell’era Deschamps: e riapre, puntuale, il dibattito sul suo futuro, tra le voci su una possibile chiamata azzurra e una domanda che riguarda tutto il calcio delle nazionali

La Francia ha un problema che qualsiasi altra federazione al mondo firmerebbe subito con gli occhi chiusi: troppi campioni. Il bacino di talenti a disposizione dei Bleus è talmente sterminato che, volendo, si potrebbero mettere insieme quattro o cinque nazionali diverse, ognuna con l’ambizione legittima di lottare per il titolo mondiale. Eppure, da anni, quella ricchezza non si traduce nei risultati che dovrebbe garantire quasi per obbligo statistico.
Il nome che sta al centro di questo paradosso è naturalmente quello di Didier Deschamps. Al netto di un gioco spesso indigesto, fatto di equilibrismi tattici più difensivi che ispirati, la sua Francia non riesce più a essere quella macchina da guerra che il materiale umano a disposizione lascerebbe presagire. Non è un discorso di talento, è un discorso di resa: una squadra con quella densità di campioni dovrebbe vincere non per miracolo, ma per fisiologia. E invece i risultati, negli ultimi cicli, raccontano un’altra storia.
In questo contesto, non stupisce che il suo nome venga accostato con insistenza alla panchina della Nazionale italiana come possibile nuovo commissario tecnico. Un’ipotesi che merita un secco “vade retro”: non tanto per il valore tecnico dell’allenatore, quanto per un principio più profondo. Un allenatore straniero su una panchina di una nazionale tradisce, nella sostanza, il senso stesso del calcio delle nazionali. Le selezioni non sono club, sono la rappresentazione sportiva di un paese: che senso ha se a guidarle, nel momento più identitario del gioco, non è nemmeno un connazionale?
Il tema, del resto, non riguarda solo l’Italia. Basti guardare a Carlo Ancelotti sulla panchina del Brasile: un allenatore straordinario, probabilmente il più internazionale della sua generazione, ma chiamato a guidare la Seleção, il simbolo per eccellenza del calcio come identità nazionale. Se questa è la strada che il movimento vuole imboccare, tanto vale essere coerenti fino in fondo: aboliamo le nazionali e giochiamo solo con i club, dove la logica del migliore indipendentemente dal passaporto ha sempre avuto un senso.
Le nazionali, però, sono un’altra cosa. Sono la squadra del paese, non la squadra più forte disponibile sul mercato. E se si continua a scegliere i CT come si sceglie un allenatore di club, prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché ha ancora senso chiamarle “nazionali”.

avatar dell'autore
Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
Segui il canale PianetAzzurro.it su WhatsApp, clicca qui