Il sogno Guardiola per la Nazionale, tra la suggestione geopolitica e il dogma del CT autoctono

di Vincenzo Letizia

Il vizio del sogno e la frontiera di Coverciano
​La notizia, rimbalzata dalle frequenze di Sky Sport, possiede le stimmate dell’eresia e il profumo dell’utopia: la FIGC ha messo Pep Guardiola nel mirino per la panchina della Nazionale. Non un semplice sussurro estivo, ma un tentativo geometrico, certificato dal fine settimana che Paolo Maldini e Leonardo hanno trascorso a Barcellona. Ore di confessioni e fitti dialoghi con il demiurgo del calcio moderno, per capire se il domani dell’Italia possa parlare la lingua del tikitaka o, quantomeno, della sua evoluzione globale.
​Sul tavolo c’è un’offerta concreta per il ruolo di Commissario Tecnico, una mossa che spariglia le carte e affianca il profilo del catalano ai soliti noti del nostro risiko domestico, da Roberto Mancini ad Andrea Pirlo. Se l’operazione dovesse scivolare dal piano del sogno a quello della realtà, saremmo di fronte a una svolta epocale, un Big Bang per il nostro sistema calcistico.
​Sia chiaro, a scanso di equivoci: discutere il valore di Guardiola sarebbe esercizio da empi, una bestemmia laica contro la bellezza e l’innovazione applicata al rettangolo verde. Il nodo, tuttavia, non è tecnico. È squisitamente filosofico. In un’epoca di confini liquidi e club trasformati in multinazionali senza patria, le Nazionali restavano l’ultimo baluardo del senso di appartenenza, della specificità culturale, dell’identità di un popolo che si riconosce nei propri vizi e nelle proprie virtù calcistiche.
​Ha davvero senso, allora, consegnare le chiavi di Coverciano a un cittì straniero? Il calcio dei club vive, legittimamente, di mercato e di spregiudicata globalizzazione. Le Nazionali, per converso, dovrebbero custodire la purezza di un’anagrafe non solo geografica, ma sentimentale. Se si abdica anche a questo principio in nome del feticcio del grande nome, si rischia di snaturare l’essenza stessa delle selezioni internazionali. A quel punto, tanto varrebbe abolirle, lasciando che il calcio diventi un unico, immenso torneo per club.
​La suggestione Guardiola interroga le nostre coscienze pallonare: è meglio cedere al fascino del modernismo globale o arroccarsi a difesa di una tradizione che ci vuole unici, nel bene e nel male? La risposta definirà non solo il prossimo CT, ma l’idea stessa che abbiamo del nostro calcio.

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