Il passo del gambero: la strana estate del Napoli tra bilanci e occasioni perdute
di Vincenzo Letizia
C’era una volta il calciomercato delle suggestioni, dei sogni estivi consumati sotto l’ombrellone e dei colpi a sorpresa. Oggi, dalle parti di Castel Volturno, la sessione acquisti assomiglia pericolosamente a una recita di scacchi dove il re è nudo e i pedoni restano immobili, inchiodati a terra da un dogma contabile che rasenta la satira: prima liberare spazio, poi – e solo poi – azzardare un passo.
L’ultimo capitolo di questa commedia dell’assurdo porta il nome di Exequiel Zeballos. L’esterno del Boca Juniors, talento puro che avrebbe potuto accendere la fantasia di una piazza affamata di riscatto, si allontana a grandi falcate verso altri lidi. Il motivo? Sempre lo stesso, ripetuto come un mantra stantio: il Napoli deve prima cedere. Prima sfoltire l’organico, alleggerire il monte ingaggi, piazzare gli esuberi. Soltanto dopo si potrà bussare alla porta dei desideri.
È una strategia legittima, per carità, se fossimo in un’aula di tribunale fallimentare o se l’obiettivo fosse unicamente la sopravvivenza aziendale. Diventa però grottesca quando si trasforma in una tassa fissa sul tempismo. Prima di Zeballos, la cronaca recente ci ha già mostrato i fantasmi di Mario Gila e Anan Khalaili: profili seguiti, corteggiati e infine sfumati per mancanza di coraggio o, peggio, per eccesso di prudenza burocratica. Il mercato non aspetta i comodi di nessuno, tantomeno i tempi di una contabilità che preferisce il congelamento all’investimento.
Aurelio De Laurentiis, da sempre custode geloso e talvolta prigioniero del proprio bilancio, sembra aver dimenticato che nel calcio il tempismo non è un dettaglio, ma la sostanza stessa dell’affare. Condizionare ogni mossa in entrata all’uscita di elementi ormai fuori dal progetto significa consegnarsi, mani e piedi legati, al ricatto degli acquirenti e all’ironia della sorte. Si finisce così per deprezzare chi parte e perdere chi arriva.
Se il copione rimarrà questo, il rischio è che l’intera sessione si trasformi in una barzelletta d’agosto, dove l’unica certezza è l’immobilismo. Una squadra che punta a ritrovare la propria nobiltà non può permettersi di recitare la parte dell’esattore distratto, capace solo di guardare le altre correre mentre aspetta che qualcuno, finalmente, liberi un posto a tavola.