L’analisi – Rafa è un altro Koulibaly: gol, sfortuna, troppi errori

Rafael Benitez si è perso. Si è perso e non sa tornare, smarrito nelle sue sicurezze, avvolto dagli errori della sua squadra, tradito dalla caparbietà nel suo turnover che però appare come una riffa.

Infarcito di citazioni e pronto a guardare a orecchio sconfitte e pareggi, pare incapace di inquadrare la realtà e in un colpevole errore pirandelliano è bravissimo in conferenza stampa ad analizzarla – ormai quasi una messa parlata – quanto opaco in panchina. Il suo Napoli è tutto in Kalidou Koulibaly: ci prova, se la suda, ma alla fine viene travolto dalla natura dei propri errori. Tutti autogenerati. Il Napoli vorrebbe essere meglio di quello che appare, proprio come lo racconta Benitez, e noi gli crediamo, finalizzare i numerosi tiri in porta che poi proprio Benitez conta e ripete in conferenza stampa, e, così, Koulibaly vorrebbe essere Lilian Thuram ma rischia di apparire come un incrocio tra lo sciagurato Luther Blissett e il placido Justin Fashanu. Troppo esuberante persino quando segna, illudendo un vuoto San Paolo. Buono per diventare un collettivo di scrittura contro il sistema ma non per reggere una linea difensiva. Suo malgrado è diventato il corpo e il volto del Napoli di quest’anno. Immagine di un calciomercato che meritava di più. Quando non la spizza malamente di testa, come a Udine, o quando non la manca come contro il Chievo, riesce a perdersi il suo attaccante e a toccarla di spalla o con un piede, insomma bordeggia il suo ruolo ma non lo assolve come dovrebbe. E diventa archetipo della squadra. Dispiace, vedere un Benitez koulibalynizzato, fare da calamità di sconfitte e ora di un pareggio, che il Palermo conquista in apnea, andando tre volte sotto e per tre volte raggiungendo il Napoli. Consegnandoci un Benitez che parla di figurine che non ha, di calciatori smarriti – soprattutto in difesa – e della mancanza di testa, che no, non può essere affidata a Gargano e nemmeno passare dalle sue parti. C’è purtroppo una distanza ormai evidente tra il calcio raccontato e quello giocato, tanto che Benitez sembra l’allenatore duplicato, da romanzo di José Saramago, incredulo guarda le sue idee perdere contro Corini, Stramaccioni e pareggiare con Iachini che dall’euforia si fa espellere. È costretto a ricordare il suo passato per difendere il presente e salvare il futuro. Sappiamo che Benitez è progettato per sopportare di tutto, come sappiamo però che la città non sa aspettare, e quello che accorcia i tempi in modo vorticoso è la mancanza di stile della squadra, il trasformismo che la possiede durante la partita: facendone ora una squadra che coincide con quello che tutti vorremmo e Benitez predica ora altre squadre lontane da Benitez, ma soprattutto dal calcio pensato. Il risultato, oltre le cascate di parole che avvolgono l’allenatore spagnolo, è una patologica mancanza di vittorie. Caratteristica minima per poter sopravvivere in una città cannibale. È come se mancasse la struttura per realizzare quello che Benitez vuole, e allo stesso tempo Benitez continua a volerlo quasi non accorgendosi che i calciatori sono incapaci di darglielo. In aggiunta a questa distanza tra Benitez e Benitez c’è il suo essere estraneo al calcio italiano e al suo racconto. Ha un naturale impeto alla diversità che deve conservare ma vincendo. Bisogna essere spietati con se stessi, e Benitez sa farlo, gli basterà raggiungere il pragmatismo della città di Napoli, che ormai conosce bene. Dovrà vincere la sua ombra, il suo doppio, la sua caduta, solo così potrà riavere indietro quello che ora è lontano, e ritrovarsi.

Il Mattino

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