“Il nostro teatro dei sogni”, lo stadio Olimpico raccontato in un libro

Amici. Semplicemente amici. Sono di pietra antica, di cemento, di fibra moderna, sono riparati, esposti, vicini oppure lontani, a qualcuno di loro molti fanno visita stabilmente, come si fa quando i legami e le motivazioni restano forti nel tempo, altri al contrario si sentono un po’ abbandonati. Qualcuno porta le stampelle e sembra sempre sul punto di cedere all’età e qualcuno viceversa è fresco di giornata, come se la sua vita fosse appena iniziata, altri ancora sono stati dislocati, senza essere interpellati al riguardo, in luoghi così sperduti che da anni sono condannati a distinguersi per un’unica attività: soffrono di solitudine. Ma rimangono i migliori amici dello sport. Sono gli stadi. Pieni o vuoti emanano un fascino dirompente. Proprio come coloro che li riempiono sono anch’essi delle persone. E come tali vanno trattati.

Lo stadio è una cosa viva, che fa rumore anche nel silenzio più assordante. Un rumore che si mescola al sudore di domani. Lo stadio non è una pentola. E’ contenuto e forma insieme. Per questo, come si fa con le persone, anche gli stadi hanno il diritto di poter contare su chi, dopo averli conosciuti “personalmente”, li racconta, su chi ne scrive la biografia. “Il nostro teatro dei sogni – La grande storia dello stadio Olimpico” (Ultrasport, 287 pagg., euro 19.50) è dunque la biografia di un amico. Dell’amico Fabio Argentini e Luigi Panella ripercorrono i primi giorni, l’infanzia, l’adolescenza, l’età della ragione, la maturità, il bisogno di cure, il suo tenore di vita, il suo carattere, chiassoso per natura, la sua spontanea disponibilità ad accogliere (calcio, atletica, musica, moto, cavalli, olimpiadi, mondiali, finali di Champions, parate d’altri tempi). Il libro nasce e mette le proprie radici negli stessi punti della storia e della geografia di Roma in cui furono piantati i cipressi che dettero il primo nome all’impianto (Stadio dei Cipressi). Come un albero, la vita dello stadio si è sviluppata, è cresciuta accanto ai progressi e ai drammi del paese, fra cui la visita di Hitler e la morte di Paparelli, proprio lì dentro, dove dovrebbe sempre governare l’amore.

E di questo c’è traccia nelle pagine. Si passa dalle fatiche economiche per sostenere l’ampio (più ampio) progetto, dalla concezione multifunzionale dell’impianto al lento allestimento del “fondale” dei sogni. Fino ad arrivare agli esordi (la leggendaria Ungheria-Italia del ’53) e alla definitiva consacrazione del luogo. Il tutto condito dalle interviste ai più di 80 personaggi che hanno condiviso questa bellezza inattaccabile e da bellissime fotografie, soprattutto quelle che cristallizzano l’epoca più lontana, come i bianconeri della collezione Alinari. Come Wembley, l’Olimpico non è la casa di nessuno, di nessuna squadra di calcio, di nessuna società. Quindi è la casa di tutti, è il teatro dei sogni di tutti. E come il mondo (metaforicamente) e le strutture (materialmente) che lo sostengono, mostra senza vergogna i suoi limiti. Non è perfetto insomma. Ci giocano Lazio e Roma ma nessuno sa ancora per quanto. Le loro massime gioie degli ultimi cinquant’anni hanno sempre avuto come cornice lo skyline di queste tribune. Come l’Olimpico, questo libro è di tutti.

fonte: Repubblica.it

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