OBIETTIVO NAPOLI – Il solito film, la solita domanda

di Vincenzo Letizia

C’è un Napoli che seduce e un Napoli che si spegne. Una squadra bifronte, come se a metà strada qualcuno staccasse la corrente o togliesse il respiro. Ancora una volta, il copione è lo stesso: primo tempo ordinato, arioso, capace di imporre ritmo e idee. Ripresa più fiacca, più lenta, più fragile. E non basta dire che il gol nasce da un rimpallo: è vero, ma non è tutta la verità. La verità completa parla un’altra lingua, più severa.

Perché quello che emerge è un difetto antico, un vizio di fabbrica che torna puntuale come un campanile: il Napoli si accontenta. Segna il “golletto”, mette la testa avanti e poi smette di mordere. Non sbrana la preda, non la finisce, non la chiude. È una squadra che non ha l’istinto della belva, ma quello del pescatore: attende, guarda, spera che vada tutto bene. Ma il calcio non perdona chi spera: esige chi decide.

E così basta un rimbalzo, un episodio, una distrazione, e la partita si ribalta come una barca in un’onda mal calcolata.

Il punto, però, è anche psicologico. Questo Napoli vive di stimoli alti: le grandi notti, le pressioni, le sfide da coltello tra i denti. Quando la tensione scende, si abbassa anche la concentrazione. E con la concentrazione bassa, puoi perdere contro chiunque. È una squadra che deve sentirsi sempre sul ciglio del burrone per dare il meglio. Appena il panorama diventa tranquillo, si addormenta.

Il paradosso è tutto qui: un Napoli che sa come si fa ma non sempre perché farlo. E finché non troverà cattiveria, continuità, e quel gusto per la vittoria piena – non solo accennata – resterà una squadra incompiuta. Bella, ma non abbastanza feroce. Convincente, ma solo per metà.

E nel calcio, come nella vita, le mezze cose non bastano mai.

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