C’è un’estetica del guanto che prescinde dalla bacheca. A Bergamo, nella penombra di una semifinale di Coppa che pareva già scritta dai padroni di casa, si è palesata l’epifania di Motta. Non un portiere, ma un polipo travestito da ragazzino. Prima il miracolo al novantesimo, un riflesso che ha smentito le leggi della fisica, poi la lotteria dei rigori trasformata in un monologo: quattro parate su cinque, come se il dischetto fosse la sua proprietà privata e gli avversari semplici inquilini morosi.
Il calcio, quando smette di essere industria e torna a essere gioco, si nutre di queste improvvisazioni. Ma il punto è un altro: Motta giocava perché il titolare, Provedel, era ai box. Senza quel “crac” della sorte, il talento sarebbe rimasto a prender polvere in panchina, vittima di quella gerarchia che in Italia è più sacra del pane.
Il talento non è una promessa di matrimonio, è un atto presente. Se è buono, è pronto. E qui il discorso scivola fatalmente sul Napoli. La stagione, tormentata dagli infortuni come un bollettino di guerra, ha regalato a Conte due pepite. La prima, Vergara: trequartista dai piedi nobili e dalle orme pesanti, ora fermo ai box, a cui auguriamo di non smarrire la bussola del campo al suo rientro.
La seconda, però, è un paradosso vivente: Alisson Santos. È lui l’uomo che accende la luce, l’unico capace di strappare il velo della noia con la superiorità numerica e l’inventiva. Eppure, il minutaggio che Conte gli concede è col contagocce, quasi fosse un peccato di gioventù da scontare.
Non si può restare ostaggio dei curriculum o della riconoscenza. Se De Bruyne cammina per il campo come un turista smarrito e Anguissa, una volta dominatore, oggi fatica a dominare persino i propri passi, allora il dogma del “vecchio è meglio” crolla fragorosamente. Un club che punta alla sostenibilità e alla programmazione non può permettersi il lusso di ignorare la propria miniera d’oro.
La fiducia non è un premio alla carriera, ma un investimento sul valore. Se il giovane morde, bisogna lasciarlo correre. Altrimenti resteremo sempre qui, ad aspettare l’infortunio di un titolare per scoprire che il futuro era già lì, seduto accanto a noi, e non ce n’eravamo accorti.
L’elogio del “portierino” Motta ci insegna che il coraggio di lanciare un giovane non è una scommessa, ma un dovere verso la bellezza del gioco. Conte, uomo di campo e di polso, farebbe bene a ricordare che i campioni non si costruiscono solo in allenamento, ma lasciando che sbaglino, inventino e, infine, vincano nel fango della partita vera.