OBIETTIVO NAPOLI / Il graffio del Romeo Anconetani e i tormenti di un addio annunciato

di Vincenzo Letizia

C’è poco da eccepire sul campo: lo 0-3 con cui il Napoli ha timbrato il cartellino della matematica qualificazione in Champions League sul prato del Romeo Anconetani è stato un manifesto di superiorità. Novanta minuti di dominio assoluto, dall’inizio alla fine, per ribadire che l’Europa che conta è la casa naturale di questa squadra. Eppure, mentre i contabili del pallone registrano il traguardo, gli occhi di tutti sono già oltre. Oltre i novanta minuti, oltre la cronaca. Dritti sul futuro di Antonio Conte.
Resterà o non resterà, il condottiero leccese, all’ombra del Vesuvio? La premessa non è solo doverosa, è scolpita nei numeri e nella bacheca: in due anni il bilancio parla per lui. Uno scudetto, una Supercoppa Italiana e un potenziale secondo posto a una sola giornata dal traguardo. Roba da palati fini, tutt’altro che da disprezzare, specie se si mette sul piatto della bilancia la zavorra di un’infermeria mai così affollata. I meriti di Conte, piaccia o meno agli esteti del vuoto, sono indiscutibili.
Eppure, Napoli sa essere spietata. C’è chi non gli perdona un gioco spesso ruvido, lontano dalle sinfonie del passato; chi lo accusa per i troppi infortuni, puntando il dito contro una preparazione atletica ritenuta errata; chi, infine, gli presenta il conto del mercato. Perché se è vero che il tecnico ha preteso e ottenuto carta bianca, è altrettanto vero che scommesse come Lucca, Beukema e Lang hanno deluso le aspettative, trasformandosi in spine nel fianco della critica.
Le parole del mister nel post-gara, del resto, hanno il sapore dei titoli di coda. Un addio che sembra scritto già da un mese, figlio di quel colloquio chiarificatore con Aurelio De Laurentiis. Sensazioni, certo, ma le dichiarazioni di Conte lasciano margini d’errore vicini allo zero.
Il dopo è già un rebus. Il nome che rimbalza con più insistenza è quello di Maurizio Sarri. Sebbene il presidente non ami le minestre riscaldate – e la storia lo insegna –, le indiscrezioni di chi frequenta le stanze del mercato con passo sicuro, come Alfredo Pedullà, convergono proprio sul Comandante come successore più probabile.
Al di là dei nomi e dei suggestivi ritorni, però, resta un’esigenza di fondo che la piazza avverte quasi come un diritto. Il Napoli del futuro avrebbe bisogno, prima di tutto, di un allenatore che non dia ogni giorno l’impressione di fare un favore a sedere su quella panchina. Servirebbe un tecnico capace di legarsi a un progetto per più stagioni, garantendo continuità, senza emulare i vari Mazzarri o lo stesso Sarri del passato: professionisti eccellenti che, una volta rilanciati dal palcoscenico partenopeo, hanno subito iniziato a guardarsi intorno alla ricerca di piazze ritenute, a torto o a ragione, più blasonate. Napoli non è un trampolino, né un rifugio passeggero. È una meta.

Il calcio è un romanzo che non accetta capitoli di transizione: Conte lascia un’eredità pesante e vincente, ma il legame logoro suggerisce che la fine sia l’unica terapia per entrambi. Ora spetta alla società dimostrare che la continuità non è un’utopia, ma una scelta strategica.

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Vincenzo Letizia
Vincenzo Letizia, giornalista sportivo napoletano classe 1972, ha collaborato con numerose testate nazionali e locali, tra cui Il Golfo, Il Tempo, La Verità, Cronache di Napoli e Il Corriere di Caserta. Ha raccontato il calcio in radio e in TV, partecipando a trasmissioni come Campania Sport, Pane e Pallone, Area Azzurri e ideando format come PianetAzzurro TV. Dirige il portale sportivo pianetazzurro.it e coordina progetti editoriali dedicati all’informazione e al territorio. Accanto al lavoro giornalistico coltiva la scrittura creativa: ama il mare, la montagna, la natura e il punto esatto in cui sogno e nostalgia si trasformano in poesia.
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