EDITORIALE – Il paradosso di Antonio Conte: la memoria corta del tifo calcistico

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La storia professionale di Antonio Conte parla chiaro da sempre: ovunque arrivi porta vittorie, ma lo fa attraverso un prezzo ben preciso, fatto di investimenti milionari pretesi dalle società, sessioni di allenamento estenuanti e un’intensità tale da spremere al massimo il gruppo, logorando fisiologicamente i rapporti nel giro di un biennio. Chi lo ingaggia firma consapevolmente questo patto.

 

Proprio per questo, risulta quantomeno bizzarro assistere oggi, a distanza di due anni, al tribunale della critica che lo accusa delle sue stesse peculiarità. All’epoca del suo arrivo, l’ambiente esultava all’idea che un sergente di ferro venisse a far sputare sangue sul campo ai reduci di un umiliante decimo posto, così come si festeggiava la prospettiva che Aurelio De Laurentiis fosse finalmente costretto ad aprire i cordoni della borsa, facendo poi un passo di lato.

 

Oggi che si è compiuto esattamente lo scenario ampiamente previsto — e fortemente desiderato — da tutti, quegli stessi entusiasti della prima ora si dicono esausti dei suoi metodi, imputandogli come colpe i suoi storici marchi di fabbrica. Guardando questa schizofrenia comunicativa dall’esterno, sorge spontaneo un dubbio: ma se l’obiettivo era vincere subito accettandone le conseguenze, ha davvero senso oggi fingersi stupiti, o si tratta semplicemente dell’ennesima dimostrazione di come la coerenza sia diventata il lusso di pochissimi?

 

Salvatore Migliara

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