Tra pietre, bottiglie e freddo polare: la prima volta a 150 chilometri dal Circolo Polare
Le storie di cuoio, quelle autentiche, sanno conservare un fascino romantico che il calcio moderno, patinato e iper-tecnologico, fatica persino a immaginare. Esattamente mezzo secolo fa, il 15 settembre 1976, il Napoli di Bruno Pesaola varcava per la prima volta i confini della Norvegia per affrontare il Bodø/Glimt nei sedicesimi di finale della Coppa delle Coppe. Inviati speciali di quel viaggio polare furono due firme storiche del giornalismo partenopeo, Romolo Acampora e Nino Masiello, inviati a raccontare un’epopea al limite dell’incredibile. Lo stadio Aspmyra di allora si presentava come un catino arcaico, cinto da pietre e bottiglie, immerso in un pomeriggio rigido che costrinse l’estremo difensore Pietro Carmignani a indossare i pantaloni della tuta sotto la divisa da gara. Gli azzurri s’imposero con un nitido 2-0 firmato dalla doppietta di Walter Speggiorin, avviando un cammino europeo che si sarebbe fermato soltanto in semifinale dinanzi ai belgi dell’Anderlecht.
La maglia unica di Truis Klausen e gli stregoni del presidente Gunnar
Quel Bodø era una formazione composta interamente da dilettanti, guidata in campo dal capitano Harald Berg — nonno di quel Patrick Berg che oggi veste la fascia di capitano al Maradona. Tra le pieghe di quel doppio confronto riaffiorano aneddoti deliziosi. Giuseppe Savoldi, acquisto record dell’epoca rilevato per due miliardi di lire, a fine gara chiese all’attaccante avversario Truis Klausen di scambiare le casacche. La risposta del dirigente norvegese, nel chiuso dello spogliatoio, fu una doccia fredda imbevuta di pragmatismo nordico: «Ci dispiace, ma non possiamo dargliela. Abbiamo una sola serie di divise per tutte le partite della stagione». Un abisso rispetto ai kit d’oggi.
Alrettanto folkloristico fu il tentativo di ribaltare il verdetto nella gara di ritorno al San Paolo (vinta poi dal Napoli per 1-0 con rete di Massa). Il presidente del Bodø, Gunnar Anderksen, maggiore dell’esercito norvegese, arrivò a richiedere la consulenza di una famiglia di stregoni lapponi per propiziare l’impresa. I riti magici, tuttavia, nulla poterono contro la superiore caratura dei calciatori azzurri. Oggi, a cinquant’anni di distanza e con la Norvegia diventata fucina di campioni mondiali come Haaland, quella fiaba antica conserva il sapore di un calcio che non c’è più.